Nei comuni irpini dove si concentrano le potenziali fonti di contaminazione ambientale il rischio di alcune malattie è più alto che altrove. È il risultato finale dell’accordo di collaborazione tra la Procura della Repubblica di Avellino e l’Istituto superiore di sanità (Iss), presentato questa mattina nell’aula Livatino del Palazzo di Giustizia. Sono 86 i comuni analizzati, su un territorio di circa duemila chilometri quadrati.All’incontro erano presenti il procuratore facente funzioni Francesco Raffaele e Domenico Airoma, oggi procuratore della Repubblica di Napoli Nord. Fu Airoma, quando guidava la Procura di Avellino, a volere lo studio.L’accordo è stato firmato nell’aprile 2024. Il suo scopo era mettere in comune dati e informazioni tra i due enti per individuare le possibili sorgenti di contaminazione che abbiano inciso sulla salute dei residenti, e permettere all’ufficio inquirente di orientare meglio l’attività investigativa. L’area di competenza della Procura comprende 86 dei 118 comuni della provincia.i.Il lavoro si è mosso in due direzioni. La prima è stata la caratterizzazione ambientale di ciascuno degli 86 comuni, in termini di rischio determinato dal tipo di potenziali sorgenti presenti sul territorio. La seconda è stata l’inquadramento dello stato di salute dei residenti, sulla base di mortalità, ricoveri ospedalieri ed esiti sanitari per i quali l’Iss dispone di banche dati nazionali. Il passo conclusivo era verificare se, a livello comunale, esista una relazione tra l’indicatore di rischio ambientale e il rischio per specifiche malattie.
I dati sono stati raccolti presso enti regionali, locali e nazionali, tra cui l’Arpa Campania, l’Istituto zooprofilattico del Mezzogiorno di Portici e i Registri tumori. Secondo il comunicato, si tratta di una delle più ampie attività di raccolta e integrazione di dati ambientali e sanitari mai condotte sul territorio provinciale.
Censimento dei siti contaminati: 296 aree a rischio e popolazione esposta
Seguendo le indicazioni della Regione Europa dell’Organizzazione mondiale della sanità, emerse nelle Conferenze ministeriali Ambiente e salute di Ostrava (2017) e Budapest (2023), i ricercatori hanno prima censito i siti industriali e li hanno classificati per pericolosità potenziale per la salute, con un indice di pericolosità. Nell’area sono stati censiti 296 siti con potenziali sorgenti di contaminazione. Comprendono impianti industriali, impianti di gestione dei rifiuti e aree interessate da smaltimento illecito, presenti tra il 2016 e il 2018.
Circa il 51% della popolazione totale vive entro un chilometro da almeno uno di questi siti. La distribuzione è molto disomogenea, con più siti nella parte occidentale del territorio.
Su questa base è stato costruito l’indicatore di rischio comunale ambientale (Irc). Considera il tipo di sito, la sua pericolosità potenziale e la quota di popolazione che vive entro un chilometro dalle possibili sorgenti. «L’impatto di tipo ambientale è stato valutato sia in base alle aziende e alle attività antropiche presenti sui territori comunali, sia in base alla percentuale di popolazione che vive in prossimità di queste attività», ha ricordato Fazzo. Le attività esaminate, ha spiegato, vanno «dal livello industriale fino agli sversamenti illegali di rifiuti o al trattamento dei rifiuti stessi».
I comuni sono stati divisi in sei classi di rischio ambientale crescente. La classe 1 ne comprende 8, la classe 2 ne comprende 20, la 3 ne comprende 14, la 4 ne comprende 25 e la 5 ne comprende 16. Nella classe 6 ci sono tre comuni: Avellino, Atripalda e Solofra. Sono quelli con l’Irc più alto. Fazzo ha precisato che la graduatoria si basa sui dati forniti dagli enti regionali per il periodo 2016-2018.
Nella classe 5 rientrano Roccabascerana, Calitri, Aiello del Sabato, Montemiletto, San Michele di Serino, Monteforte Irpino, Montella, Montefredane, Sperone, Montoro, Ospedaletto d’Alpinolo, Avella, Manocalzati, Forino, Domicella e Montemarano.
All’estremo opposto, nella classe 1, ci sono otto comuni dove non risulta alcun residente entro un chilometro dai siti censiti: Aquilonia, Cairano, Caposele, Cesinali, Gesualdo, Montefalcione, Sorbo Serpico e Volturara Irpina. Sono i comuni di riferimento dello studio. Fazzo ha parlato di un’area in cui la situazione ambientale è buona, e ha indicato come comuni «che richiedono una particolare attenzione» quelli dell’altro estremo della scala.
Guardando l’intera area, mortalità, ricoveri e incidenza complessiva dei tumori risultano per lo più in linea o inferiori ai valori di riferimento regionali. Il quadro cambia a livello dei singoli comuni, dove l’analisi ha evidenziato alcune aree con più eccessi di rischio rispetto al resto della popolazione campana.Per alcune patologie il rischio aumenta al crescere della classe Irc, passando dai comuni meno impattati a quelli più impattati. È stato osservato nella popolazione generale di tutte le età, per entrambi i sessi, nella mortalità per tumore polmonare e nell’incidenza dei tumori totali. Tra i soli maschi riguarda la mortalità per tumore della vescica e l’incidenza del tumore del testicolo. Tra le sole femmine riguarda l’incidenza dei tumori del polmone e della mammella. Nella popolazione tra 0 e 19 anni l’aumento riguarda l’ospedalizzazione per malattie respiratorie acute.
I valori più marcati si trovano confrontando la classe 6 con la classe 1: nei comuni più impattati la mortalità per tumore maligno del polmone è più alta del 21%, l’incidenza di tutti i tumori maligni del 17% e quella del tumore della mammella tra le donne del 25%.
«Sappiamo che si tratta di patologie che hanno diversi fattori di rischio in grado di incidere sulla salute della popolazione», ha spiegato Fazzo. «Dal nostro studio è emerso che nei comuni in cui questo impatto è maggiore si registra anche un rischio più elevato per alcune patologie. Questa è l’indicazione di un possibile effetto non solo causale, ma anche concausale, in cui la contaminazione ambientale interagisce con altri fattori di rischio su specifiche patologie».
Le esposizioni ambientali determinate dai siti possono aver contribuito, o contribuire tuttora, agli eccessi riscontrati, in modo causale o concausale. I risultati però non danno indicazioni sui singoli individui, ma sulle comunità. Fazzo ha aggiunto che la valutazione è stata fatta all’interno degli 86 comuni della Procura, senza confronti con altri comuni campani o di altre aree.
Un approfondimento a parte ha riguardato i dati di biomonitoraggio umano messi a disposizione dall’Istituto zooprofilattico di Portici. Sono disponibili solo per alcuni comuni, non rappresentano l’intera area e si basano su un numero limitato di persone. In media, i comuni con Irc più elevato tra quelli indagati hanno mostrato livelli più alti di furani e di alcuni metalli di origine industriale. Per l’Iss questi dati confermano la bontà dell’indicatore usato nell’indagine epidemiologica.Per Raffaele il percorso si è concluso con un lavoro importante. «Abbiamo portato avanti un’attività importante nell’ambito di un progetto finalizzato a individuare sul nostro territorio le possibili fonti di contaminazione di varia natura, che possono avere effetti negativi sulla salute pubblica», ha detto il procuratore. «Devo dire che il progetto e l’attività svolta sono stati davvero notevoli, sia per l’ampiezza del territorio interessato sia per la complessità del lavoro». Poi i ringraziamenti ai responsabili e a chi ha contribuito.Il procuratore non ha nascosto che le attese erano diverse. «Probabilmente, da parte del territorio ci si aspettava un risultato un po’ migliore. Non siamo in una zona particolarmente industrializzata, non siamo in un’area come quelle del Nord Italia. Nonostante questo, sono emersi alcuni campanelli d’allarme. Non si tratta necessariamente di elementi negativi, ma ci sono dati che vanno sicuramente tenuti in considerazione».
Analizzando lo studio effettuato, salta immediatamente all’occhio la nota del presidente dell’Iss, Rocco Bellantone, che ha richiamato il ruolo dei dati condivisi: «I dati oggi presentati sono stati resi possibili dalla condivisione dei dati da parte dei diversi enti locali e regionali. Questo evidenzia l’importanza della collaborazione al fine di fornire informazioni e indicazioni sui possibili fattori di rischio che agiscono sui territori, un passo indispensabile per definire le azioni prioritarie di tutela della salute».
Resta da chiarire che uso verrà fatto dei dati. Fazzo ha ricordato che l’indagine è stata commissionata dalla Procura per utilizzarli, potenzialmente, nell’organizzazione di attività investigative, e che su questo risponderà il procuratore. Dopo una valutazione fatta insieme, ha spiegato, il procuratore ha ritenuto che i dati abbiano anche un interesse di sanità pubblica. Per questo l’Iss li mette a disposizione delle autorità sanitarie locali, «affinché possano valutare interventi mirati, sia a livello ambientale sia sanitario, nelle aree in cui focalizzare l’attenzione».
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