Lo dice anche uno slogan: gioca responsabilmente, senza rischiare troppo. Nelle decisioni di vita, come nel gioco del calcio, come nel sette e mezzo (per stare in un altro ambito di gioco, inteso con vincite e perdite in denaro) o nelle parole pronunciate per scherzo, per gioco appunto. Come era il detto? Non si gioca con il fuoco, poi ci si brucia.
Ma accade a tutti, puntualmente, di errare. Così come di vincere, perdere. Anche pareggiare. Fa parte del gioco. E’ umano, sbagliare. Poi diventa diabolico se frutto del perseverare, e talvolta anche scientifico. E certi errori non passano inosservati. Perchè finiscono oltre la linea del limite. “Puzzano”, e, inevitabilmente, lasciano una coda spiacevole, una scia maleodorante, nauseante, forse già percepita e su cui è necessario intervenire subito, onde evitare che ristagni, penetri e coinvolga l’intero ambiente. La partita Catanzaro-Avellino, data da tutti scontata, vista almeno dall’esterno come la partita più abbordabile del campionato per gli irpini, stando a valori tecnici, economici, di classifica, si è rivelata la sfida più ardua per i giocatori dell’Avellino che, sin dalle ultime apparizioni in sala stampa, parlavano di gara “da non sottovalutare”, gara da “non fidarsi”, per rispetto dell’avversario, per fair play, perchè si fa e si dice così. Sempre, anche se dentro magari si sghignazza. Anche prima di Milan-Bari di qualche domenica fa si diceva così, ma la differenza sta nel fatto che il Milan ha creato 20 occasioni da rete, pareggiando soprattutto per sfortuna. E l’Avellino? Non pervenuto. In superiorità numerica per 70 minuti, con tante ragioni e motivazioni in più. Una su tutte quella di centrare i play-off, obiettivo minimo stagionale. Ma ai giocatori, almeno a qualcuno, è sembrato di essere sfuggito questo dettaglio. Così i calciatori con la maglia biancoverde sono caduti contro la squadra più scarsa del torneo (lo dice la classifica), peraltro fallita, in uno stadio a porte chiuse, senza le pressioni (spesso tirate in ballo), senza i tabù, i gufi e quant’altro serve a fungere da alibi. Ci sarebbe quello del campo non al meglio, ma i giocatori dell’Avellino sono abituati ad allenarsi sovente sul campo B del Partenio, terra battuta, mica prati all’inglese. E poi il campo è uguale per entrambe le squadre, è sempre bene ricordarlo. Da qui l’ira dei tifosi che non hanno, per fortuna, potuto seguire la squadra a Catanzaro: nervosi, increduli, vergognati. Hanno partecipato allo sfogo collettivo via internet, via radio. Giustificato, comprensibile. Un pomeriggio fatto di domande, supposizioni, maliziosi interrogativi. Ma vuoi vedere che qualcuno non ha dato il massimo? E se così fosse, perchè la società non interviene? La curiosità di vedere la partita di Catanzaro in tv, da parte dei tifosi, è tanta. Vogliono capire. Vogliono vedere con i loro occhi. Credono a tutto quanto è stato raccontato, ma vogliono avere la loro idea. L’hanno seguita in radio, attraverso la voce ufficiale, ma non immaginano come si siano svolti i fatti, le azioni, l’incredibile gol preso, quelli falliti. Presto tutti si faranno un’idea. E non è escluso che in società qualcuno abbia la sua idea e sia pronto a concretizzarla. Non sono escluse scelte drastiche, importanti, nei confronti di qualche atleta. Ai tifosi non resta altro che aspettare, senza la pazienza solitamente richiesta. Quella è finita, ora tocca alla dirigenza fare in modo che i tifosi non si allontanino ulteriormente dall’Avellino. In gioco c’è la passione dei tifosi biancoverdi. Passione che va nutrita con successi, gioie, anche dolori, sconfitte se fatte di prestazioni vere, da uomini veri. E si conquista nel tempo, non si compra. Ma, soprattutto, non si vende.




