Strage del bus autostrada A16, le intercettazioni: processo da rifare

Il processo per la strade dell’autobus, precipitato sette anni dal viadotto Acqualonga in territorio di Monteforte Irpino, deve essere rifatto.

Così riporta nell’edizione odierna il Corriere della Sera, da cui è tratto l’articolo che segue, relativamente all’esito del processo di primo grado.

LEGGI PURE – Autostrade per l’Italia: le motivazione della sentenza per la strage del bus

Ecco cosa scrive il quotidiano, attraverso un dettagliato racconto.

Quel giorno Paolo Berti aveva un diavolo per capello. Era l’11gennaio 2019 e il Tribunale di Avellino lo aveva condannato a 5 anni e 6 mesi per la strage dell’autobus precipitato il 28 marzo 2013 dal viadotto Acqualagna, a Monteforte irpino, sull’A16 Napoli-Bari. Persero la vita 40 persone.

In quel processo furono assolti i vertici di Autostrade per l’Italia compreso l’ad Giovanni Castellucci.

Berti (oggi ai domiciliari per l’indagine sulle barriere antirumore difettose) si sfogò con dirigenti e familiari, senza sapere che ad ascoltare ogni sua parola c’erano anche gli uomini della Finanza di Genova che indagavano sul crollo del ponte Morandi.

E così su quella strage  del 2013, raccontò involontariamente agli inquirenti una nuova verità. «La linea, la linea, abbiamo dovuto difendere la linea aziendale – dice a Chiara, la moglie, in una telefonata intercettata – Mollo (l’ex dg di Aspi) sapeva bene che quella barriera non funzionava e non l’ha sostituita».

Berti aveva taciuto in quel processo e si pentiva. Perché se avesse parlato, dice, sarebbero stati condannati i vertici romani (allora Berti era direttore «locale») e lui forse l’avrebbe scampata: «Sapevano tutto, Michele… – rivela Berti a Michele Donferri, l’ex responsabile delle manutenzioni -. Castellucci mi ha fatto chiamare… ma gli metto le mani addosso… ha fatto il furbo… meritava che andassi a dire la verità e lo ammazzavo, credimi… per evitare che arrivassero a lui non ci siamo invece difesi noi… adesso deve lucidarmi le scarpe».

Nel tentativo di calmarlo, il giorno della condanna Castellucci chiese a Donferri di andarlo a prendere con l’autista.

Racconta Berti: «Arrivato lì gli ho detto“ guardi, il risultato oggi è straordinario per l’azienda perché sei cogl… ci hanno messo la faccia (i sei condannati), entro una settimana mi fa sapere come mi garantisce la “business continuity” lavorativa».

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Donferri gli ricordava poiche l’assoluzione rendeva Castellucci ricattabile in appello e poteva sfruttare la cosa per carriera, stipendio e processo di Genova.

E la verità su Avellino?

«Processo da rifare», dicono in Procura.

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