La volontà politica oggi è riportarla in vita. Il sindaco Nello Pizza ha rimesso la piscina comunale di Avellino al centro dell’agenda amministrativa, spiegando che l’impianto è in condizioni disastrose e che serviranno risorse consistenti non solo per il recupero strutturale, ma anche per una gestione capace di reggere nel tempo. L’apertura a un possibile coinvolgimento dei privati, anche attraverso una formula mista pubblico-privato, nasce da qui: dalla consapevolezza che la riapertura non può essere soltanto un annuncio, ma deve diventare un piano industriale e pubblico insieme.
Com’è nata la piscina
La piscina comunale nasce come cuore del Centro Sportivo Avellino, nell’area tra via De Gasperi e via Annarumma, dentro quella parte alta della città già segnata dalla presenza dello stadio Partenio-Lombardi, del PalaDelMauro e del Campo Coni. Il progetto venne presentato nel giugno 2006 come una struttura ambiziosa, realizzata in project financing dalla ditta Cesaro e destinata a offrire alla città non solo vasche per il nuoto, ma anche palestra, solarium, bar, spazi verdi e campi all’aperto. L’impianto prevedeva una vasca principale con ponte mobile, una vasca per aquagym, una vasca per bambini e idromassaggio, spogliatoi, ambulatorio, tribuna e attività complementari.
In quegli anni la struttura rappresentò una promessa concreta di modernità. Non era pensata come una semplice piscina, ma come un centro polifunzionale per sport, salute, riabilitazione e tempo libero. Il modello era quello della gestione privata su un bene pubblico, con l’idea che l’investimento iniziale potesse essere ripagato dalla lunga conduzione dell’impianto. Nel 2010, a quattro anni dall’apertura, la piscina veniva ancora raccontata come una struttura capace di produrre risultati sportivi, con società e atleti impegnati in competizioni regionali e nazionali.
Il punto di svolta
La storia comincia a incrinarsi quando il rapporto tra Comune di Avellino e gestore diventa materia amministrativa, finanziaria e giudiziaria. Nel 2016 la zona esterna della piscina finisce sotto sequestro dopo un’ispezione della polizia municipale. In quella fase emergono verifiche sulla convenzione che legava l’impianto alla Polisportiva Avellino, società collegata al gruppo Cesaro, e sui profili autorizzativi dell’opera. È il primo segnale pubblico di una vicenda destinata ad allargarsi ben oltre la gestione sportiva quotidiana.
Nel 2018 arriva l’interdittiva antimafia nei confronti della società concessionaria. L’anno successivo il Comune avvia la strada della rescissione della convenzione, richiamando anche il pesante passivo accumulato verso il Credito Sportivo, pari a circa 2,6 milioni di euro secondo le ricostruzioni dell’epoca. A quel punto la piscina non è più soltanto un impianto da far funzionare: diventa un nodo patrimoniale, finanziario e legale.
La chiusura e le promesse mancate
Il colpo definitivo arriva con il primo lockdown del 2020. La piscina chiude e non riapre più. Nell’ottobre dello stesso anno l’amministrazione guidata da Gianluca Festa rientra ufficialmente in possesso dell’impianto, dopo una lunga battaglia legale con la Polisportiva Avellino. Allora la struttura viene definita in buone condizioni e viene annunciata la prospettiva di una riapertura nel 2021, dopo alcuni interventi e l’individuazione di un nuovo gestore.
Quella riapertura non arriverà. Nel 2021 il Comune prova a ripartire con sopralluoghi, valutazioni tecniche e un nuovo bando. Si parla dello stato d’usura, degli impianti da controllare, delle vasche da verificare, delle attrezzature ferme da troppo tempo. Già allora, però, all’esterno si vedono erba alta, intonaci cadenti e segni di abbandono. La piscina, un tempo frequentata da sportivi, famiglie, bambini, utenti della riabilitazione e persone con disabilità, comincia a trasformarsi in un contenitore vuoto.
Il peso dei debiti
Nel febbraio 2022 il Consiglio comunale prova a imprimere una svolta con un atto approvato all’unanimità: avviso pubblico e nuovo project financing. L’idea è individuare un partner capace di farsi carico del rilancio. Ma il quadro economico è già pesante. L’amministrazione parla di un debito vicino ai 3 milioni con il Credito Sportivo, di manutenzioni da garantire e di una gestione comunale ritenuta improponibile. La piscina resta quindi sospesa tra interesse pubblico e sostenibilità finanziaria.
Pochi mesi dopo, il gruppo Cesaro chiede al Comune di Avellino un risarcimento di circa 5 milioni di euro per il valore dell’immobile di cui l’ente era rientrato in possesso. La stessa ricostruzione indica nel contenzioso una delle ragioni dell’immobilismo amministrativo e ricorda il peso del mutuo non rimborsato al Credito Sportivo. La partita, così, si sposta definitivamente dal piano sportivo a quello patrimoniale.
Da fiore all’occhiello a rudere urbano
Nel 2024 la fotografia dell’impianto è ormai quella del degrado. Dopo quattro anni di chiusura, il Centro Sportivo Avellino viene descritto come un luogo fermo, con campetti esterni danneggiati, impianti di aerazione accatastati, acqua piovana che filtra, pannelli solari inattivi, attrezzature coperte, vasche con acqua verde e spazi un tempo destinati al benessere lasciati all’abbandono. La piscina non è più soltanto chiusa: è diventata il simbolo di una promessa pubblica non mantenuta.
Nel febbraio 2026 la commissaria prefettizia Giuliana Perrotta completa le procedure per l’annullamento della concessione alla Polisportiva Avellino e per la riacquisizione piena della piscina e dei suoli dell’ex Campo Pisa. È un passaggio decisivo perché restituisce al Comune la disponibilità complessiva del bene. Ma anche in quel momento il futuro resta incerto: affidamento, vendita, nuovo partenariato o gestione pubblica sono ipotesi ancora da scegliere.
La nuova fase di Pizza
La posizione di Nello Pizza si inserisce dentro questa lunga eredità. Dire che il privato è una delle soluzioni non significa semplicemente ripetere il vecchio schema del project financing. La storia della piscina dimostra che il nodo non è solo trovare un gestore, ma costruire regole, controlli, risorse, responsabilità e obiettivi pubblici chiari. La riapertura dovrà tenere insieme costi di ripristino, sicurezza, impianti, personale, tariffe, accesso delle scuole, attività sportive e funzione sociale.
La posta in gioco
La piscina comunale, dunque, non è un fascicolo minore. È il banco di prova della capacità della nuova amministrazione di recuperare una funzione pubblica perduta. Nata come cittadella del nuoto, del benessere e della riabilitazione, è finita in rovina per una somma di fattori: un modello concessorio fragile, il contenzioso con il gestore, il peso dei debiti, l’effetto del Covid, bandi senza esito, manutenzione mancata e anni di incertezza politica.
Ora la sfida è evitare che la parola “privato” diventi una scorciatoia. Il coinvolgimento di operatori economici può servire, ma solo se inserito in una cornice pubblica forte. Per Avellino, riaprire la piscina significherebbe restituire un servizio a famiglie, scuole, società sportive e utenti fragili. Ma significherebbe anche chiudere una ferita urbana aperta da sei anni, in un pezzo di città che avrebbe dovuto essere la cittadella dello sport e che invece ha visto affondare uno dei suoi impianti più importanti.

