Il nuovo romanzo di Raffaela Vallese: un viaggio intimo tra vita, morte e rinascita
Si intitola “Ho contato fino a… cento, poi sono morta. Il mio nastro di Möbius” l’ultimo lavoro della dottoressa Raffaela Vallese, scrittrice di origini irpine, nata a Castelvetere sul Calore. Un romanzo che attraversa filosofia, spiritualità e immaginazione, senza mai abbandonare una cifra profondamente laica: il percorso di un’autoanalisi narrata con sincerità, visioni simboliche e una forte carica emotiva.
Il libro ha ricevuto parole di grande apprezzamento anche da figure ecclesiastiche. Don Vitalino Della Sala lo definisce “lucido nelle cose semplici anche quando affronta il mistero delle cose complesse… capace di restituire il brivido della vita”.
Il vescovo Sergio Melillo aggiunge: “Leggere questo libro significa sostare accanto a un’anima che ha avuto il coraggio di contare fino a cento… e poi continuare a vivere”.
Un’opera che l’autrice stessa considera la più personale della sua produzione: non solo per i contenuti, ma anche per la copertina, ideata dalla figlia Quirina Martone, segno di un coinvolgimento affettivo profondo.
Un romanzo tra fantasia e introspezione
“Questo è il mio terzo romanzo” racconta Vallese. “Nasce dall’esigenza di esplorare, con fantasia e introspezione, un mondo che non conosciamo: l’aldilà.”
Il libro si sviluppa come un viaggio: l’autrice ripercorre rapidamente la propria vita, non per elencare fatti, ma per raccontare come li ha vissuti. La narrazione si intreccia con un atto immaginato — la morte volontaria, non come gesto reale, ma come scelta narrativa — per addentrarsi in un aldilà popolato da essenze, simboli e figure che appartengono tanto alla memoria quanto all’immaginazione.
Il romanzo è costruito come una conta simbolica da uno a cento: “La vita è un soffio” afferma Vallese, “e ogni numero rappresenta una tappa dell’esistenza, fino all’incontro con la morte e con l’idea di eternità”.
Tra i simboli ricorrenti emergono il grembo materno, il vento, le spighe e soprattutto il nastro di Möbius, che diventa metafora del legame continuo tra vita e infinito.
“Ho scritto per confrontarmi con la mia parte più intima”
La motivazione alla base del romanzo è profondamente personale: “Avevo la necessità di confrontarmi con la parte più intima di me stessa” spiega l’autrice.
La morte, nella sua visione, non è un evento da temere ma una forma di catarsi, mentre la vita diventa un percorso di purificazione.
Pur non essendo un libro religioso, il testo si interroga sull’idea di Dio e sul rapporto con ciò che è oltre la vita, senza dogmi né certezze. Una meditazione libera che ha toccato anche lettori e figure spirituali, a conferma della sua forza evocativa.
Francesca Andreottola

