Rapporti storici con le molteplici consorterie criminali avvicendatesi nel tempo in Campania, a partire dalla “Nuova Camorra Organizzata” fino al “clan dei Casalesi”.Lo scrive la quarta sezione del Tar della Toscana, che ha respinto i due ricorsi presentati da una società appartenente ad una holding con sede in provincia di Avellino attiva nel settore immobiliare ed edile e proprietaria a Firenze di un hotel a quattro stelle.
La ditta aveva impugnato l’interdittiva antimafia della prefettura di Firenze – sorta sulla base dei numerosi atti provenienti dagli uffici di carabinieri, finanza e polizia di Avellino e dalla Dia di Napoli – e il conseguente diniego di iscrizione nella white list (che contiene le imprese non soggette a rischio di infiltrazione mafiosa, operanti in settori sensibili).
Il procedimento ha inizio con un provvedimento del Prefetto di Firenze, che, nel luglio 2024, ha rinnovato una misura preventiva nei confronti della società, basandosi su una serie di relazioni e informative provenienti dalle prefetture di Firenze e Avellino, nonché da vari verbali delle forze dell’ordine.
Secondo quanto emerso, la famiglia che controlla la società ricorrente avrebbe intrattenuto, nel corso dei decenni, legami consolidati con ambienti mafiosi attivi in Campania, in particolare nel territorio dell’avellinese.
Nel difendersi, la società aveva negato qualsiasi ingerenza mafiosa, sostenendo che le proprie attività fossero regolate esclusivamente da canali legali, mediante il ricorso agli ordinari rimedi previsti dal diritto civile per il recupero crediti. Inoltre, si era avanzata la richiesta di applicare le disposizioni relative alla collaborazione preventiva di cui all’art. 94-bis del D.Lgs. n. 159/2011, contestando l’affermazione di una contiguità prolungata e consolidata con la criminalità organizzata. Secondo la difesa, i rapporti tra la famiglia e i clan mafiosi avrebbero avuto carattere sporadico e occasionale, senza incidere sulla gestione della società.
La Prefettura di Firenze ha evidenziato come, in questo contesto, la famiglia proprietaria della società abbia continuato a mantenere legami con diverse consorterie mafiose, anche dopo anni di indagini e interventi delle autorità. I contatti con i clan non sarebbero stati, dunque, episodici, ma funzionali alla penetrazione delle attività imprenditoriali nel circuito della criminalità organizzata. In tale ottica, la continuità dei rapporti e la natura degli stessi sono stati ritenuti incompatibili con la possibilità di applicare misure alternative come la “bonifica aziendale”, proposte dalla difesa.
A tal punto, il Prefetto ha ritenuto che la misura interdittiva fosse non solo giustificata, ma necessaria per tutelare l’economia legale e prevenire ulteriori infiltrazioni mafiose.
Come ha sottolineato la difesa i i responsabili del Gruppo non sono “mai stati indagati per reati legati alla mafia”. Anche se, si legge nella sentenza, sussiste il pericolo di infiltrazione mafiosa in considerazione della “regia familiare” sulla holding e dei “rapporti storici, continuativi e perduranti nel tempo” con le varie organizzazioni criminali, come la Nuova Camorra Organizzata, la Nuova Famiglia, il clan Clava e di Afragola, il Nuovo clan Partenio e il clan dei Casalesi.Proprio su quest’ultima organizzazione criminale, vengono citate le dichiarazioni rese recentemente dal pentito Nicola Schiavone, figlio del boss Francesco Schiavone, detto ‘Sandokan’, secondo cui il gestore “degli affari economici e imprenditoriale del clan Casalesi avrebbe avviato, dal 2004 al 2010, una proficua collaborazione con gli imprenditori avellinesi” attivi anche nel settore degli inerti e del calcestruzzo. I legali della società hanno ribadito che dalle parole del pentito Schiavone non è possibile evincere “l’affiliazione o la contiguità” al clan camorristico dei Casalesi. Ma la rivalutazione degli elementi e delle nuova informative sulla società hanno portato la Prefettura di Firenze a confermare la misura interdittiva antimafia, sulla base dei ”rapporti, protrattisi per un lungo arco temporale con diverse consorterie criminali operanti nel territorio dell’avellinese e quindi ad attrarre le imprese dei primi entro l’orbita delle cosche criminali”.
Per i giudici toscani il consolidato “atteggiamento di dialogo e di contatto con ambienti mafiosi” è confermato più volte con “intercettazioni, passi di ordinanze giudiziarie, rapporti negoziali e dichiarazioni dei collaboratori di giustizia”. Infine per i giudici del tribuna “appare del tutto insufficiente la misura di self-cleaning adottata, costituita dalla cessione alla madre” da parte di uno dei titolari della società “delle quote detenute nell’immobiliare” del Gruppo. Mossa che per i giudici lascia “inalterata la gestione imprenditoriale riconducibile alla famiglia”.
Nel processo si è anche costituto il ministero dell’Interno, chiedendo il rigetto dei ricorsi. Istanza che è accolta dai giudici del Tar che hanno con la sentenza hanno confermato l’ interdittiva antimafia. Ma la società , tramite i suoi legali ricorrerà in Appello.

