Don Peppino Diana, un prete affamato di vita è il titolo del libro presentato al Circolo della stampa di Avellino. L’incontro è stato promosso da Anacomi, l’Associazione Nazionale Commissariato Militare, presieduta ad Avellino dall’avvocato Antonio Della Porta, con il patrocinio dell’Ordine degli Avvocati di Avellino ed il presidente Fabio Benigni. Il libro è stato scritto da Sergio Tanzarella , storico della Chiesa, presente all’incontro con l’avvocato Alessandro Matarrese, difensore delle vittime di mafia.
Sono intervenuti il professore ordinario Università degli Studi di Napoli, Leone Melillo, la professoressa Marisa Diana, sorella di Don Peppe.
Si sono collegati da remoto, il presidente nazionale di ANACOMI Generale Diego Paulet, il Generale Roberto Vannacci e il Vescovo di Aversa Mons. Angelo Spinillo.
Un momento di riflessione civile, culturale e religiosa dedicato alla memoria del sacerdote simbolo della lotta alla camorra. Il libro ricostruisce con rigore storico e documentale la figura di Don Peppino Diana, il parroco di Casal di Principe nel casertano, assassinato dalla camorra il 19 marzo 1994 mentre si preparava a celebrare la messa. Con questo libro si restituisce la complessità umana e pastorale del sacerdote, descritto come un prete radicato nel Vangelo e nella realtà del suo territorio, capace di opporsi alla cultura mafiosa non attraverso gesti eclatanti, ma con la coerenza quotidiana della sua missione pastorale. A oltre trenta anni dalla sua uccisione, il messaggio di don Peppino conserva una straordinaria attualità.

La presentazione al Circolo della Stampa ha confermato quanto la sua testimonianza continui a essere trasferita e a interessare le nuove generazioni, richiamando tutti alla legalità, alla partecipazione e al coraggio di non rimanere nel silenzio davanti alle ingiustizie.
“Don Peppe Diana è stato l’unico prete ammazzato in Campania considerato che nel corso del periodo della guerra di camorra – ha spiegato l’avvocato Alessandro Matarrese, difensore delle vittime di mafia- sono morte 3mila e 200 persone per mano dei criminali di cui 220 sono le vittime innocenti di camorra e tra questi Don Peppino Diana, l’unico parroco ammazzato per il sui impegno civile ed il coraggio nel casertano. E’ stato ammazzato per l’impegno a favore degli ultimi, dei giovani, dei clandestini . Il suo impegno gridato ad alta voce contro le logiche criminali che erano imperanti in quelle terre, parliamo di Casal di Principe dove negli anni 90 vi era un quotidiano aggiornamento di morti ammazzati brutalmente e quindi don Peppe Diana rappresenta il sacrificio dell’uomo per la legalità in quelle terre.”
E’ stato un confronto a più voci che ha aperto il varco della riflessione e della memoria.
” Un prete affamato di vita , di giustizia, di condivisione con tutti i giovani per strapparli dalle mani della camorra – ha dichiarato l’autore Sergio Tanzarella– è una fame comunitaria rispetto alla morte. Oltre mille morti in dieci anni in quella terra, la sua azione era ispirata solo dal Vangelo. Sono un parroco, diceva don Peppino, non sono un politico e il mio compito non è seppellire dei giovani che vengono uccisi dalla camorra come era avvenuto frequentemente nella sua parrocchia”.
Un momento della memoria per non dimenticare anzi per acquisire le sue parole, ha ricordato la sorella Marisa Diana, presedente dell’Associazione familiari e amici di don Peppino Diana.
“Come sorella mi sono posta, a prescindere dal mio ruolo nell’Associazione, di fare memoria a 360 gradi di don Peppe. Io posso ricordare i tanti momenti belli vissuti insieme affinché sia conosciuto dalle generazioni future, passate e attuali. Quindi raccontare un fratello con le sue abitudini, il vero sacerdote che era, i suoi obiettivi della legalità, della giustizia, del verità mi riempie di orgoglio. Don Peppe ha cercato di salvare le anime dalla camorra, la sua preoccupazione era proprio per i giovani ed eravamo negli anni 8o e 90. Era parroco della chiesa di San Nicola a Casal di Principe dove c’ erano la manovalanza, la delinquenza che con i soldi facili cercavano di attirare questi ragazzi e lui si preoccupava ogni volta quando vedeva le bare bianche e la camorra che affliggeva il nostro territorio. Per questo ha scritto il documento di denuncia forte “per amore del mio popolo” per non non tacere il sistema sbagliato che sembrava attirasse tanti giovani. Cercava questi ragazzi, è stato il padre di tanti giovani e ha guidato la comunità di San Nicola coltivando la gioventù con momenti ludici, l’ oratorio e tante cene che facevamo a casa nostra e anche in questo ha cercato di tenere i ragazzi più tempo con lui per allontanarli dalla parte cattiva “.

