Dogana di Avellino, la città ritrova il proprio volto. La narrazione del progettista Multari

E’ per noi un grande onore potere ospitare, sulle nostre pagine, l’intervento dell’architetto ed emerito professore universitario, Giovanni Multari.

Il professore, che è il progettista della Dogana, ci regala  la sua narrazione sul recupero, il restauro e la riqualificazione dello storico edificio.

Un intervento, corredato di 5 scatti fotografici, che in pratica ci rende protagonisti di una visita guidata all’interno del palazzo.

Alla fine del percorso, abbiamo riscoperto l’orgoglio di essere avellinesi, dire solo cittadini sarebbe diminuire lo spirito di appartenenza di ognuno, che non è un sentimento astratto ma qualcosa di reale , qualcosa che si tocca con mano.

L’Antica Dogana di Avellino: una liturgia civile tra memoria e futuro

C’è un momento preciso in cui una città ritrova il proprio volto. Ad Avellino è accaduto in questi giorni, quando la rimozione dei ponteggi ha svelato, quasi con un gesto teatrale, i prospetti restaurati dell’Antica Dogana: una visione improvvisa, attesa, capace di restituire alla città il suo monumento simbolo, sottraendolo definitivamente alla condizione di rudere e di ferita urbana.

Non si è trattato di un semplice cantiere di restauro, ma di un’operazione di riappropriazione. La Dogana, costruita intorno all’anno Mille e restaurata nel Seicento dall’ingegno di Cosimo Fanzago, è un palinsesto materico in cui si sono depositate stratificazioni, crolli, trasformazioni e lunghi silenzi. Vedere oggi la facciata libera dalle impalcature significa riallacciare un dialogo interrotto dopo il tragico incendio del cinema e decenni di oblio. La restituzione della Dogana di Avellino rappresenta molto più di un intervento architettonico: è il primo passo verso una nuova centralità urbana e civile.

L’approccio progettuale alla Dogana è partito da un’autentica anamnesi storica: indagini archivistiche, rilievi materici e diagnostica avanzata sono stati i ferri del mestiere per interrogare le pietre dell’edificio.

La sfida progettuale era complessa: come intervenire su un manufatto che attraversa un millennio senza cadere nell’archeologia nostalgica o, al contrario, in un’astrazione contemporanea slegata dal contesto? La risposta risiede in quella che si può definire una “terza via”. Abbiamo lavorato su un edificio che dal primo momento è stato considerato come un “Monumento” nella doppia accezione del termine, quella di edificio eccezionale per carattere storico e culturale, e quella che deriva dalla sua etimologia: da latino “moneo”, ammonizione, ricordo. Non si è mai dubitato dunque che la Dogana fosse un edificio identitario che andava conservato in tutte le parti che favorissero il “ricordo”, purché ci fossero le condizioni e soprattutto la materia da conservare. Allo stesso modo non appartiene al nostro modo di intendere la conservazione l’idea di riprodurre, attraverso un generico “com’era e dov’era”, parti dell’edificio che non ci sono più. Non avevamo dunque intenzione di creare “falsi storici” o riproduzioni à l’identique per immaginare una ricostruzione della dogana laddove non avevamo nessuna traccia. Ci siamo trovati, al contrario, davanti a un rudere urbano che lasciava ampi spazi per immaginare un innesto moderno, che potesse dare ad Avellino un edificio che rispondesse alle attuali esigenze normative e prestazionali, senza danneggiare ciò che di antico era rimasto, anzi sostenendolo in termini statici e conservativi. La cultura architettonica degli ultimi anni ci ha insegnato che gli esempi migliori di restauro e adeguamento di edifici antichi alla funzione contemporanea sono stati quelli dove si è saputo meglio bilanciare le esigenze di conservazione con quelle di una nuova fruizione, creando soluzioni che hanno aggiunto una fase contemporanea all’edificio antico che lo ha arricchito, senza relegarlo a semplice quinta scenografica, un ultimo strato.

La Dogana come “Sponda Laica”

La restituzione della Dogana rappresenta molto più di un restauro architettonico: è il primo passo verso una nuova centralità urbana. La sua idea è che la struttura debba diventare una “sponda laica” della città, uno spazio aperto alla collettività capace di ospitare una vera e propria “liturgia civile”.

Il cuore dell’intervento è la nuova grande aula civica interna, un volume che riprende spazialmente il vuoto lasciato dal vecchio cinema e dall’antica sala dei grani, ma lo reinterpreta in chiave contemporanea. Questo spazio non deve essere inteso come un contenitore statico, ma come un dispositivo urbano attivo, capace di cambiare scenario a seconda delle necessità: mostre, eventi, dibattiti, momenti di aggregazione. In questa prospettiva, Piazza Amendola cessa di essere un ordinario spazio pubblico o un luogo di passaggio per assumere il ruolo di  sagrato naturale di questo luogo della vita di Avellino.

 

Il Patrimonio come eredità dinamica

“Il patrimonio è del padre, l’eredità è di chi la riceve”. Questa riflessione sposta l’asse del dibattito verso le nuove generazioni. La Dogana, pur essendo legata al finanziamento per essere un centro giovanile, non deve essere uno spazio settoriale ma va riferito alle reti culturali. Il successo dell’opera si misurerà sulla sua capacità di rimanere aperta, di non temere la mescolanza generazionale e di accogliere le istanze della comunità.

Il progetto culmina con la Terrazza Fanzago, un affaccio inedito che riapre un dialogo visivo con il campanile storico e offre alla città un punto di vista nuovo su sé stessa. È qui che la dimensione percettiva e scenografica dell’architettura raggiunge il suo apice: la Dogana non è più una quinta scenografica muta, ma un luogo da cui osservare e in cui essere osservati, riaffermando la propria centralità simbolica.

La sfida gestionale

Se la visione progettuale appare oggi nitida e compiuta, resta aperta la sfida più complessa: quella della gestione. La bellezza dei materiali, la precisione degli innesti e il recupero delle murature fanzaghiane non bastano, da soli, a far vivere un edificio. Un’opera di tale portata richiede un modello operativo chiaro.

Il dibattito che sta accompagnando la consegna del bene alla città evidenzia come il completamento fisico sia solo l’inizio di un processo sociale. Trasformare un’opera riqualificata in un luogo realmente vissuto richiede visione politica e partecipazione dal basso. Come insegna la Convenzione di Faro, il patrimonio culturale non ha valore in sé, ma per il significato e l’uso che le persone gli attribuiscono.

 

 

GIOVANNI MULTARI | CORVINO+MULTARI

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