La Corte di Cassazione, Sezione Penale II, ha depositato le motivazioni della sentenza n. 39981/2025, con la quale ha annullato il processo d’appello che aveva portato alla condanna di un uomo di Serino per estorsione e tentata estorsione ai danni di un parroco irpino-salernitano, disponendo la trasmissione degli atti alla Corte d’Appello di Napoli per rifare il giudizio.
La vicenda nasce da una frequentazione abituale del sacerdote presso un centro massaggi gestito dall’imputato e dalla sua compagna, quest’ultima assolta già in primo grado. Secondo l’accusa, il parroco sarebbe stato vittima di richieste estorsive legate alla minaccia di rivelare le sue abitudini sessuali, incompatibili con il ruolo pubblico e religioso rivestito. Una ricostruzione sempre contestata dagli imputati, che hanno invece sostenuto una versione radicalmente opposta: nessun ricatto, ma una morosità reiterata per prestazioni ricevute e mai saldate.
Un conflitto, dunque, non tra estorsori e vittima, ma tra gestori di un’attività e un cliente influente che, una volta emerse le proprie frequentazioni, avrebbe scelto la strada della denuncia penale per ribaltare la propria posizione debitoria. Un elemento che la difesa ha sempre ritenuto centrale, anche alla luce del fatto che il parroco è tuttora in servizio e che la compagna dell’imputato è stata ritenuta estranea ai fatti sin dall’inizio.
La Cassazione, accogliendo il ricorso dell’avvocato Danilo Iacobacci ha rilevato un vizio gravissimo: l’imputato non era stato correttamente citato per il giudizio di appello. Una violazione tale da travolgere l’intero processo di secondo grado.
Il risultato è netto: sentenza annullata e procedimento da rifare. Una decisione che, di fatto, riapre completamente il caso e rimette in discussione una narrazione processuale che aveva finora dipinto il parroco come vittima, lasciando ora spazio a una diversa lettura dei fatti, più coerente – secondo la difesa – con un rapporto commerciale degenerato e non con un’estorsione mascherata dalla morale.

