” A leggere il dispositivo di sentenza sembrerebbe una vittoria per la Procura della Repubblica di Avellino. È invece si tratta di una sconfitta, una sonora, dura, durissima batosta.” È il primo commento del penalista irpino Gerardo Di Martino dopo la sentenza di primo grado emessa dal tribunale di Avellino per il suo assistito, il manager Amedeo Gabrieli, ad una pena di 4 anni e otto mesi per le sole ipotesi di peculato.
Avvocato, il dispositivo emesso dal collegio vede la condanna solo per le ipotesi di peculato e l’assoluzione per altra ipotesi di reato? Quali per esempio?
Assoluzione su tutti i fronti e con formula piena per tutti i fatti di corruzione significa, né più né meno, che non vi è stata alcuna deviazione o distorsione dell’azione amministrativa verso scopi privati da parte di tutti quelli che, imputati, hanno partecipato ad ad una azione di rivincita per la Comunità avellinese, altro che corruttela e favoritismi.Dunque, non è mai esistito un sistema corrotto, imperniato sulla volontà a corrompere, in vita per “somministrare favori”, indebiti.
Rispetto alle indagini e all’esito del processo lei che idea si è fatto?
Ricorda la conferenza stampa in Questura immediatamente dopo l’arresto di Gabrieli? Io si. E mi rincresce. Alla fine Amedeo Gabrieli ha avuto ragione: non è mai esistito un sistema di gestione clientelare della “cosa pubblica”. Nè sono mai esistiti “colletti” che da bianchi diventassero neri.Non è mai esistita, almeno con riferimento all’ACS ed alle Cooperative che contribuivano ai servizi dedicati alla Città, la Gotham City tratteggiata dal Procuratore e dal Suo Vice allora, pubblicamente.
Come avete accolto lei e il suo assistito la pronuncia del tribunale di Avellino?
Il dispiacere è tutto per il mio cliente che ha dovuto subire, per circa dieci anni, una simile accusa insussistente, inesistente sin dall’inizio. Con lui, l’avevamo strillato allora. Oggi finalmente un Tribunale della Repubblica italiana l’ha stabilito, anzi l’ha certificato.
Sulla condanna per i fatti di peculato lei ha posto una domanda che vuole rivolgere a tutti .Quale?
La stessa che da sempre abbiamo formulato ai giudici e che continueremo a rivolgere a quelli che incontreremo nei successivi gradi di giudizio.Ma un amministratore pubblico che dal 2010 al 2012 lascia nelle casse dell’ACS, non prelevandoli, oltre 60.000 euro del suo compenso stabilito per contratto dal Comune e che secondo la stessa Accusa complessivamente ne spende circa 3.500 a fini personali nello stesso periodo, lascia o prende?Come può commettere peculato un amministratore utilizzando i medesimi soldi del suo compenso contrattuale?Su tutto, lasciando in cassa ACS il suo denaro, ha ingenerato un disvalore per la pubblica amministrazione da punire? O, meglio, ha creato un’economia per tutti? Stando così le cose, va rieducato mediante l’irrogazione della pena? E da cosa, se siBeh, è certo che nessuno potrà mai discutere della base da cui muove il mio ragionamento: i numeri che vi ho fornito sono veri, perché documentati. E sfido chiunque a sostenere il contrario, sempre carte alla mano.Il resto è opinione.

