Referendum sulla Giustizia. Per il No interviene l’avvocato penalista, Raffaele Tecce, del Foro di Avellino.

 

L’intervento dell’avvocato penalista Raffaele Tecce del Foro di Avellino.

E’ davvero difficile intervenire a valle di una campagna elettorale sulla riforma costituzionale caratterizzata da una discussione segnata, da parte dei sostenitori del Si, da slogan, semplificazioni e
false rappresentazioni, che rischiano di confondere gli elettori, chiamati al voto il prossimo 22 e 23 marzo 2026.
Confusione dettata dal voler far passare il referendum come una riforma della giustizia, quando, invece, esso ha ad oggetto la riforma dell’ordinamento giudiziario, o, in altre parole, la riforma della magistratura.
Per la giustizia, infatti, nulla cambierà.
Se dovesse vincere il SI i processi, sia penali che civili, non dureranno di meno, il numero delle carcerazioni preventive non diminuiranno e non ci saranno meno ingiuste detenzioni.
Se dovesse vincere il SI non eviteremo il rischio di errori giudiziari, non snelliremo la macchina della giustizia e gli indagati/imputati non avranno più garanzie.
Se dovesse vincere il SI, insomma, non migliorerà il “sistema giustizia”.
Al contrario, la separazione delle carriere – oltre che vana, tenuto conto della complessiva percentuale pari allo 0,5 % all’anno dei magistrati che cambiano funzione dal giudicante e requirenti o viceversa – sarà, sicuramente, dannosa, posto che essa, unitamente, alla istituzione di un Consiglio Superiore della Magistratura dei pubblici ministeri, produrrà l’effetto di rendere
corporativa la pubblica accusa, con la inevitabile conseguenza di modificarne il suo ruolo, da organo di legalità ad avvocato dello Stato.
Tale potenziamento del ruolo del pubblico ministero renderà necessaria, come avviene in tutti i Paesi europei nei quali c’è la separazione delle carriere, una forma di controllo del governo (e
quindi della politica) sui pubblici ministeri.
La semplificazione delle ragioni del SI pretende di giustificare questa riforma della separazione delle carriere, come la necessaria attuazione del principio di terzietà, enucleato nell’art. 111 della
Costituzione, e del sistema accusatorio del codice di procedura penale del 1988.
La suddetta semplificazione si traduce in un mero slogan, in considerazione che la terzietà è principio del processo, che vive e si alimenta solo nell’ipotesi in cui vi è parità tra le parti, che in
contraddittorio tra loro rappresentano e sostengono le loro ragioni al giudice.
Principio di terzietà che nulla ha a che fare con la fase delle indagini: per esempio, con una richiesta di applicazione di una misura cautelare, con la richiesta di intercettazione o con una richiesta di
proroga delle indagini. Fase delle indagini preliminari che deve, proprio a garanzia dell’indagato, pretendere un pubblico ministero obiettivo, per colmare le numerose “assenze” delle garanzie
difensive.
La riforma, inoltre, introducendo il sorteggio – quale metodo di selezione dei componenti del
Consiglio Superiore della Magistratura e dell’Alta Corte disciplinare – e lo sdoppiamento del CSM, indebolisce e delegittima un organo di rilevanza costituzionale, posto a tutela dell’autonomia e della indipendenza della magistratura e, quindi, a tutela dei diritti dei cittadini.
In ultimo, l’Alta Corte di disciplina, competente rispetto al procedimento disciplinare dei magistrati, condiziona, in maniera irreparabile, la serenità dei magistrati, in considerazione della sua
composizione di “tipo gerarchico” (essendo formata solo di magistrati che svolgono o hanno svolto, la funzione di legittimità), della impossibilità di impugnare un eventuale provvedimento disciplinare davanti ad un giudice terzo (dovendo provvedervi la stessa Alta Corte, seppur in diversa
composizione), della proposizione dell’azione disciplinare da parte del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione che sarà giudicata anche da tre suoi Sostituti Procuratori.
Tale impostazione, in sostituzione dell’attuale sezione disciplinare in seno al CSM, mina la serenità del giudice e, di conseguenza, la sua imparzialità, con evidente compromissione di un processo
giusto.
Insomma, è giusto votare NO, non per tutelare i magistrati, non per votare contro questo o quel partito, non per esprimere una opinione sullo stato di salute o di malattia della giustizia, ma per dire NO a un sistema che rischia di diventare teatro di continue violazioni dei diritti dei cittadini.
Un No, dunque, per noi cittadini!

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