Il teatro permanente della politica irpina
La Provincia di Avellino, in fondo, riesce sempre a regalare quel misto di teatro dell’assurdo e manuale Cencelli che rende la politica irpina un genere letterario a sé. Stavolta il copione è perfino migliore del solito: un presidente uscente che si autocandida annunciando il via libera del Partito Democratico, il Partito Democratico provinciale che lo smentisce praticamente in tempo reale, il nazionale che invece lo benedice qualche ora dopo, e nel frattempo un’altra candidatura – quella di Fausto Picone – che raccoglie firme, amministratori e consenso trasversale, provando a presentarsi come la vera occasione del “campo largo”. Una competizione elettorale come una seduta spiritica organizzata male: tutti evocano il Pd, ma nessuno sembra parlare con lo stesso Pd.
La fuga in avanti di Buonopane
Da una parte c’è Rizieri Buonopane, che ha scelto la strada più rischiosa: fare l’annuncio prima ancora che il partito avesse finito di capire se fosse davvero il caso di sostenerlo. Una mossa che in politica può anche essere letta come prova di forza, ma che in questo caso ha avuto il sapore di una fuga in avanti piuttosto maldestra. Perché quando il segretario provinciale Marco Alaia ti smentisce pubblicamente, spiegando di non essere stato coinvolto in alcuna decisione e ricordando pure le tensioni degli ultimi mesi sulla gestione della Provincia, il problema non è più soltanto la candidatura. Diventa il metodo. Diventa il cortocircuito.
Il campo largo che si restringe da solo
E infatti la questione vera non è se Buonopane abbia diritto o meno a ricandidarsi. Il punto è che nel tentativo di presentarsi come candidato unitario del fronte progressista, è finito per certificare esattamente il contrario: un campo progressista spaccato, confuso, attraversato da diffidenze reciproche e da un provincialismo politico che continua a consumarsi nelle dinamiche di corrente invece che nella costruzione di una linea condivisa.
La scena è stata quasi comica. Buonopane annuncia: “Mi candido con il sostegno del Pd”. Alaia replica: “Assolutamente no”. Poi da Roma arriva Igor Taruffi a dire che invece sì, la candidatura è “una scelta positiva”. A quel punto il Pd irpino assomiglia più a una chat WhatsApp lasciata senza amministratore che a un partito organizzato. Ognuno parla, ognuno interpreta, ognuno certifica una verità diversa. E nel frattempo gli amministratori locali osservano, contano i numeri e soprattutto cercano di capire chi comanda davvero.
La candidatura che pesa nei numeri
In questo caos si inserisce Fausto Picone. E qui la partita cambia tono. Perché al netto della retorica inevitabile delle note stampa – “la casa dei sindaci”, “la centralità delle aree interne”, “la coesione istituzionale” – la candidatura del sindaco di Candida ha un elemento politico concreto che pesa: le 576 firme raccolte. Non uno slogan. Un dato. Mezzo corpo elettorale degli aventi diritto che decide di metterci nome e faccia.
Picone, a differenza di Buonopane, non si è presentato come uomo della certificazione romana o del timbro nazionale. Si è mosso sul territorio, dentro la rete degli amministratori locali, parlando quella lingua pragmatica che nelle elezioni provinciali conta molto più delle dichiarazioni ufficiali. Perché queste non sono elezioni normali: votano sindaci e consiglieri comunali, gente che pesa rapporti, equilibri, convenienze e affidabilità molto più dei simboli di partito.
Il coro degli alleati e la fretta di blindare Buonopane
A rendere ancora più surreale la giornata ci ha pensato poi Pasquale Giuditta, coordinatore regionale di Noi di Centro, che si è precipitato a definire quella di Buonopane “la sintesi vincente del campo largo”. Una dichiarazione arrivata mentre il Pd provinciale stava ancora cercando di capire se quella candidatura fosse davvero del Pd oppure no. E qui emerge un altro tratto tipico della politica irpina: l’ansia di certificare unità anche quando l’unità semplicemente non c’è.
Il paradosso finale
E allora il paradosso finale è tutto qui. Buonopane rivendica il sostegno del campo largo mentre una parte significativa del Pd provinciale ne critica apertamente il metodo amministrativo. Picone viene raccontato come candidatura alternativa, ma nei fatti appare oggi il candidato che più di tutti ha saputo aggregare pezzi larghi di amministratori, moderati, civici e centrosinistra diffuso. Insomma: tutti parlano di unità, ma ognuno la immagina con sé al centro.
Più che un’elezione, una crisi di identità
Il problema, però, è che questa vicenda racconta qualcosa di più profondo della semplice elezione alla Provincia. Racconta la fragilità strutturale della politica irpina, incapace ormai di distinguere tra leadership e occupazione di spazi. Ogni candidatura viene costruita come una prova muscolare, ogni investitura come un regolamento di conti, ogni accordo come un equilibrio precario da smentire il giorno dopo.
Eppure la Provincia avrebbe bisogno dell’opposto: autorevolezza, chiarezza, capacità di tenere insieme i territori senza trasformare Palazzo Caracciolo nell’ennesimo condominio litigioso della politica locale.
Invece siamo ancora qui, a commentare comunicati che si contraddicono nel giro di poche ore. Con il sospetto che, più che scegliere un presidente, i partiti stiano tentando disperatamente di capire chi abbia ancora il diritto di parlare e a nome di chi.





