No alla guerra, sì all’acqua pubblica: le iniziative

Campagna di mobilitazione “No alla guerra, no la nucleare e si all’acqua pubblica”. Domenica 27 marzo 2011 tre appuntamenti: Avellino, ore 11.00 Villa Comunale, Cervinara, ore 11.00 Villa Comunale e Baiano, ore 11.00. Ecco la nota del Cantiere Irpino per la ricostruzione del Partito Comunista:
“È tempo di mobilitarci su tre grandi temi che la storia dell’umanità ci pone come interrogativi. Come organizzazioni provinciali – Partito dei Comunisti Italiani e il Cantiere Irpino per la ricostruzione del Partito Comunista – lanciamo per domenica 27 una campagna di mobilitazione Irpina che vedrà impegnati i militanti comunisti in azione di controinformazione e di verità.
1) L’acqua pubblica – partiti, multinazionali, banche e i soliti imprenditori con gli agganci giusti stanno mettendo le mani sulle aziende pubbliche dell’acqua e sui rubinetti di milioni d’italiani. Da anni, una grande coalizione sociale e cittadina cerca, invece, di difendere la gestione pubblica dell’acqua promuovendo il controllo e la partecipazione diretta dei cittadini alle decisioni su un bene comune di vitale importanza. Il governo da un anno ha varato una norma che obbliga le aziende pubbliche a dismettere buona parte del loro capitale a favore dei privati entro il 2011. Contro questa legge abbiamo promosso 3 referendum e raccolto 1,4 milioni di firme per ciascuno di essi (record della storia repubblicana). Ora vogliamo che tutti i cittadini si possano esprimere. È il momento di schierarsi, di partecipare, di condividere e di votare SI ai due quesiti.
Primo quesito – Finalità: fermare la privatizzazione dell’acqua Si propone l’abrogazione dell’art. 23 bis (dodici commi) della Legge n. 133/2008, relativo alla privatizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica. È l’ultima normativa approvata dal Governo Berlusconi. Stabilisce come modalità ordinarie di gestione del servizio idrico l’affidamento a soggetti privati attraverso gara o l’affidamento a società a capitale misto pubblico-privato, all’interno delle quali il privato sia stato scelto attraverso gara e detenga almeno il 40%. Con questa norma, si vogliono mettere definitivamente sul mercato le gestioni dei 64 ATO (su 92) che o non hanno ancora proceduto ad affidamento, o hanno affidato la gestione del servizio idrico a società a totale capitale pubblico. Queste ultime infatti cesseranno improrogabilmente entro il dicembre 2011, o potranno continuare alla sola condizione di trasformarsi in società miste, con capitale privato al 40%. La norma inoltre disciplina le società miste collocate in Borsa, le quali, per poter mantenere l’affidamento del servizio, dovranno diminuire la quota di capitale pubblico al 40% entro giugno 2013 e al 30% entro il dicembre 2015. Abrogare questa norma significa contrastare l’accelerazione sulle privatizzazioni imposta dal Governo e la definitiva consegna al mercato dei servizi idrici in questo Paese.
Secondo quesito – Finalità : fuori i profitti dall’acqua Si propone l’abrogazione dell’’art. 154 del Decreto Legislativo n. 152/2006 (c.d. Codice dell’Ambiente), limitatamente a quella parte del comma 1 che dispone che la tariffa per il servizio idrico è determinata tenendo conto dell’ “adeguatezza della remunerazione del capitale investito”. Poche parole, ma di grande rilevanza simbolica e di immediata concretezza. Perché  la parte di normativa che si chiede di abrogare è quella che consente al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun collegamento a qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio. Abrogando questa parte dell’articolo sulla norma tariffaria, si elimina il “cavallo di Troia” che ha aperto la strada ai privati nella gestione dei servizi idrici: si impedisce di fare profitti sull’acqua.
2) No al nucleare – 25 anni dopo Chernobyl, la storia si ripete. Stavolta in Giappone, alla periferia di Tokio. E’ la dimostrazione che i rischi della tecnologia atomica – criminalmente minimizzati dalle lobby nucleari che negli ultimi anni hanno rialzato la testa – sono assolutamente intollerabili. Non esistono centrali sicure. E l’EPR, il reattore che Berlusconi ha scelto per i 4 impianti italiani, non fa differenza. Il reattore EPR “è ancora un prototipo e nemmeno completo che, come hanno denunciato le Autorità per la sicurezza nucleare di Francia, Gran Bretagna e Finlandia, non ha ancora risolto questioni fondamentali di sicurezza, come i sistemi d’automazione d’emergenza, a rischio in caso di black out elettrico. Presenta rischi potenziali non minori dell’impianto di Fukushima per la mancanza di sistemi di sicurezza passivi. Per non parlare della versione in costruzione in Francia, dove acciaio inadatto e un eccessivo ricorso alle saldature fanno dubitare della tenuta del nocciolo (lo sostiene l’azienda francese Edf). Ad oggi non esiste nessun reattore nucleare a sicurezza intrinseca”. Per non riportare l’Italia nel campo minato del nucleare, e “perché l’energia dell’atomo non è economica né pulita”, il governo, abbandoni subito il suo progetto suicida e ritiri le leggi sul nucleare. Aggravate, peraltro, nell’ultima versione del decreto legislativo all’esame del Parlamento, dalla cancellazione delle norme sulla trasparenza nella localizzazione delle centrali.
3) No alla guerra, si all’autodeterminazione del popolo libico – A 12 anni dalla “guerra umanitaria” della NATO che dal 24 marzo 1999 bombardò la Serbia per tutta la primavera per riportarla, come dichiarò il generale Wesley Clark, indietro di mezzo secolo, le potenze imperialiste fanno altrettanto con la Libia, cento anni dopo l’invasione italiana. Sotto il pretesto di salvare le popolazioni civili, e con la pezza d’appoggio di una risoluzione del consiglio di sicurezza dell’Onu (10 a favore, 5 astenuti: Brasile, Cina, Russia, India, Germania) hanno iniziato a bombardare. In prima fila questa volta ci sono Francia, Inghilterra e gli USA, con la Clinton, pronta ad eguagliare e superare le imprese del coniuge che bombardò la Serbia, sostenuto dalla dama di ferro Madeleine Albright. La scellerata risoluzione di guerra ha aperto la strada a una nuova operazione coloniale. Al fine di coprire le scellerate pratiche colonialiste, si è scatenato il consueto, gigantesco apparato multimediale di manipolazione e disinformazione. E, tuttavia, basta leggere con un minimo di attenzione la stessa stampa borghese per accorgersi dell’inganno. Giorno dopo giorno si è ripetuto che gli aerei di Gheddafi bombardavano la popolazione civile. Ecco cosa scriveva Guido Ruotolo su «La Stampa» dell’1 marzo (p. 6): «E’ vero, probabilmente non c’è stato nessun bombardamento». La situazione è radicalmente cambiata nei giorni successivi? Sul «Corriere della Sera» del 18 marzo (p. 3) Lorenzo Cremonesi riferisce da Tobruk: «E come è già avvenuto nelle altre località dove è intervenuta l’aviazione, sono stati per lo più raid di avvertimento. “Volevano spaventare. Tanto rumore e nessun danno”, ci ha detto per telefono uno dei portavoce del governo provvisorio». Dunque, sono gli stessi rivoltosi a smentire il «genocidio» e i «massacri» invocati come giustificazione dell’intervento «umanitario». Mentre la situazione in Libia, in queste settimane precipitava, solo alcuni paesi e governi dell’America latina e della Spagna, avanzavano una proposta di mediazione, di soluzione politica del conflitto per evitare la guerra civile e l’intervento militare. Questa proposta è rimasta abbandonata. Per questo come comunisti condanniamo l’attacco militare, siamo contro le violenze della guerra civile e l’involuzione autoritaria di Gheddafi. Proponiamo una commissione umanitaria internazionale per la pace, l’integrità della Libia e soprattutto per l’autodeterminazione del popolo libico, senza ingerenze imperialiste”.

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