Meloni al Colle, Rotondi e la Dc che vede lungo

L’intervista a La Verità riapre il gioco sul Quirinale: Giorgia Meloni può diventare candidata, ma Gianfranco Rotondi avverte tutti di non bruciare la corsa. E al centrodestra chiede più coraggio.

La politica italiana ha un talento speciale: quando non sa cosa fare domani, organizza il dopodomani. Così, mentre il governo governa, le opposizioni si interrogano, i partiti si sorvegliano e il generale Roberto Vannacci presidia il confine destro del campo con l’aria di chi ha trovato la postazione migliore, ecco spuntare la più antica delle partite romane: il Quirinale.

A rimetterla in circolo è Gianfranco Rotondi, democristiano per vocazione, per mestiere e forse per metabolismo politico. Nell’intervista pubblicata da La Verità, il presidente della Dc ragiona su Giorgia Meloni al Colle come su un’ipotesi tutt’altro che scandalosa, anzi potenzialmente conveniente perfino per la sinistra. Ma aggiunge l’unico ammonimento davvero democristiano: attenzione a partire troppo presto, perché al Quirinale non ci si candida, si viene candidati.

La profezia con il freno a mano

Rotondi conosce bene l’arte di dire una cosa e insieme il suo contrario, che poi è la forma più evoluta della prudenza. Sostiene che Meloni potrebbe essere un ottimo presidente della Repubblica, ma avverte che trasformare il tema in una campagna anticipata sarebbe un errore. Il punto non è banale: il Capo dello Stato viene eletto dal Parlamento in seduta comune con i delegati regionali, a scrutinio segreto e con maggioranze alte nei primi voti. Tradotto in lingua politica: nessuno arriva al Colle per acclamazione da talk show.

Il ragionamento di Rotondi ha un sapore antico e proprio per questo sembra modernissimo. Ricorda che i presidenti non nascono tutti tecnici, neutri e avvolti nella nebbia dell’imparzialità preventiva. Giovanni Leone, Francesco Cossiga, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella avevano storie di partito. Alcuni sono diventati arbitri dopo essere stati giocatori. La Repubblica, del resto, ha sempre avuto una certa familiarità con chi prima indossa la maglia e poi prende il fischietto.

Meloni, il tabù e il mercato elettorale

La suggestione è politicamente astuta. Se Giorgia Meloni è la leader più forte del centrodestra, votarla per il Quirinale significherebbe, per le opposizioni, toglierla dal mercato elettorale. È un ragionamento che sembra cinico solo a chi finge che la politica sia un seminario di buone intenzioni. In realtà è la vecchia logica del Palazzo: quando non riesci a battere un avversario, puoi sempre provare a promuoverlo.

Nei giorni scorsi la stessa Meloni ha riaperto il tema del Colle, sostenendo che un presidente della Repubblica non proveniente dal centrosinistra non dovrebbe più essere considerato un tabù. Il fatto che il tema sia stato pronunciato dalla diretta interessata ha trasformato una teoria da corridoio in un argomento da maggioranza. E quando il Quirinale entra nella conversazione, nessuno resta davvero innocente.

Il generale alla porta

Sul bordo della scena c’è Vannacci, che Rotondi tratta con una freddezza quasi clinica. Il generale, dice in sostanza, per ora è soprattutto un fenomeno mediatico e sondaggistico. Ma proprio qui sta il problema: nella politica contemporanea, il mediatico e il sondaggistico sono spesso l’anticamera del reale. Vannacci ha già fatto sapere che potrebbe votare Meloni al Colle, ma solo a certe condizioni, chiedendo una correzione di rotta su alcuni dossier.

È il paradosso più gustoso del centrodestra: la candidatura di Meloni al Quirinale viene evocata come coronamento istituzionale, mentre alla sua destra c’è chi prova a metterle il contratto di locazione politica. Il generale non bussa alla porta per chiedere ospitalità. Bussa per controllare l’arredamento.

La Dc come rimedio omeopatico

Alla fine, il cuore dell’intervista non è il Quirinale, ma il centrodestra. Rotondi, deputato eletto nella coalizione di centrodestra e oggi collocato nell’orbita di Fratelli d’Italia, continua a proporre la sua medicina: un campo più largo, più centrista, più inclusivo, capace di parlare oltre la destra pura. La sua biografia politica rende il consiglio tutt’altro che casuale: viene dalla scuola dove le correnti non erano un difetto, ma una forma di governo della complessità.

Il messaggio a Meloni è sottile ma chiaro. Se vuole davvero diventare il perno stabile della Repubblica, non può limitarsi a presidiare il suo partito. Deve federare, allargare, assorbire, rassicurare. Deve fare quello che la vecchia Dc faceva con naturalezza e con una certa spudorata eleganza: dare a tutti un posto nella stanza, anche quando la stanza sembrava già piena.

Il Colle non è una scorciatoia

L’ironia della vicenda è che Rotondi sembra lanciare Meloni al Colle proprio per ricordarle che al Colle non ci si lancia. Ci si arriva per accumulo, per necessità, per equilibrio, per stanchezza altrui. Il Quirinale non è una candidatura: è una soluzione che prende forma quando tutte le altre diventano troppo costose.

Ecco perché questa intervista pesa più di quanto sembri. Non perché apra davvero una campagna presidenziale, ma perché fotografa il dilemma della premier. Restare capo politico fino in fondo, oppure prepararsi a diventare figura di garanzia. Guidare la destra, oppure superarla. Tenere insieme Salvini, contenere Vannacci, rassicurare il centro e magari convincere un pezzo di sinistra che mandarla al Colle sarebbe una forma elegante di autodifesa.

La vecchia politica, in fondo, non muore mai. Cambia cravatta, aggiorna il lessico, apre un profilo social. Poi, quando il gioco si fa serio, torna a parlare come Rotondi: con il sorriso di chi sembra fare un’ipotesi e invece ha appena lasciato un promemoria sul tavolo.

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