Al Circolo della Stampa la presentazione del libro dell’ex ministro Carmelo Conte. Nel dibattito con De Luca e Rotondi, il nodo sul rapporto tra magistratura, partiti e società.
Non è stata semplicemente l’azione giudiziaria a smantellare il sistema politico italiano, ma l’incapacità della politica stessa di restare fedele alla propria funzione originaria, lasciando sul campo un vuoto colmato da altri centri di potere, in primo luogo economici e mediatici. È questo il filo conduttore del dibattito svoltosi al Circolo della Stampa in occasione della presentazione di “Processi e Politica”, l’ultimo libro dell’ex ministro socialista Carmelo Conte.
L’incontro, ha ripercorso le tappe fondamentali della storia repubblicana attraverso l’analisi degli otto processi chiave raccontati nel volume di Conte, offrendo una sponda per un confronto a più voci sul declino della partecipazione democratica e sull’evoluzione del rapporto tra potere giudiziario e legislativo.
A tracciare un quadro sulla trasformazione dei partiti è stato il senatore del PD Enzo De Luca. Richiamando la figura di Aldo Moro nel centodecennale della nascita, De Luca ha ricordato l’epoca in cui le forze politiche rappresentavano autentiche comunità di confronto e partecipazione strutturata. Un modello ormai tramontato a favore di una gestione personalistica e legata a interessi individuali.
“Oggi chi si assume la responsabilità di guida o fa in qualche modo politica privilegia troppo spesso i rapporti personali e di interesse invece dell’elaborazione politica. La democrazia rimane fragile perché non si alimenta della coscienza e della partecipazione dei cittadini.” — Enzo De Luca, senatore PD
La crescita della distanza tra istituzioni e società civile rischia così di scivolare verso forme di “democrazia illiberale”, dove i partiti appaiono sempre più come corpi estranei al tessuto sociale.
L’analisi storica si è arricchita con il contributo del parlamentare di Fratelli d’Italia e fondatore della “DC per Rotondi”, Gianfranco Rotondi. Partendo dai primi anni della Repubblica — quando la magistratura ereditata dal regime fascista richiedeva un forte bilanciamento a tutela dell’autonomia parlamentare — Rotondi ha ricordato la scelta solitaria di Peppino Gargani, unico deputato a votare contro l’abolizione dell’immunità parlamentare.
Secondo Rotondi, il punto di rottura di Tangentopoli non va attribuito esclusivamente all’iniziativa dei giudici, quanto alla contemporanea rivoluzione del sistema elettorale con l’introduzione del maggioritario e dei collegi uninominali, un cambiamento d’epoca a cui la classe politica dell’epoca non seppe adeguarsi.
Nel prendere la parola, l’autore Carmelo Conte ha evidenziato come dal 1993 a oggi si sia verificato un radicale ribaltamento dei rapporti di forza: se nei primi decenni repubblicani era la politica a guidare il Paese, oggi è la magistratura a condizionarne l’agenda, direttamente e indirettamente.
Per avvalorare la sua tesi, l’ex ministro ha citato l’attivismo dei magistrati in occasione del referendum sulla separazione delle carriere dello scorso anno, con oltre 3.300 iniziative sul territorio: “Quando si scende in campo, si parteggia”. Un percorso iniziato già negli anni Settanta con il dibattito culturale attorno a riviste come Quale Giustizia.
Nonostante la centralità assunta dalla magistratura, Conte ha tenuto a precisare che la responsabilità principale della crisi resta in capo alla classe dirigente.

