Forgione: problema Pd? Classe dirigente vecchia e inadeguata

Forgione: problema Pd? Classe dirigente vecchia e inadeguata

“C’è una angosciosa domanda che aleggia nel PD se di fronte alla sconfitta dei propri candidati alle primarie, qualche dirigente dei piani alti arriva ad ipotizzare la cancellazione delle primarie dallo statuto del partito. Altri, seppur convinti allo stesso modo, provano a dare spiegazioni meno imbarazzanti, del tipo: se vince il fiorentino Renzi, vuol dire che è stata premiata la giovane età; se trionfa il pugliese Vendola, vuol dire che la base non è più disposta ad accettare indicazioni centralistiche dettate dalla vecchia burocrazia romana del PD; se il milanese Boeri viene sconfitto dall’avvocato Pisapia, allora vuol dire che alle primarie sono andati a votare solo gli elettori più radicali”.
E’ quanto afferma Andrea Forgione, segretario del circolo PD “Martin Luther King” di Paternopoli.
“Queste risposte, apparentemente diverse, producono un proliferare di ricette che però non curano la malattia di un partito sempre più lontano dai suoi elettori che ormai mostrano distacco, disagio e persino rabbia contro l’attuale dirigenza del PD. Il difetto di tutte queste diagnosi e delle conseguenti terapie è sempre la stessa: la mancanza di un orizzonte politico.
Infatti, se il PD continua ad essere ostaggio di una classe dirigente sclerotizzata, se il PD continua a delegare i partiti del cattolicesimo partitocratico per mediare con l’elettorato moderato, se il PD continua a credere che l’elettorato di sinistra è solo quello radicale ed ideologico, se il PD arriva a profetizzare un’alleanza politica organica con la destra di Fini, allora significa che non c’è volontà di mandare a casa il governo Berlusconi.
Se poi a tutto questo si aggiunge che il partito è governato dai soliti padroni delle tessere, organizzati per fazioni, allora significa che si lavora per far morire un partito che è nato per rinnovare e innovare la politica. Eppure, Veltroni a Torino, nel famoso discorso del Lingotto, seppe far intravedere agli italiani un orizzonte politico concreto e credibile, per certi aspetti rivoluzionario, capace di attrarre molto interesse, se non addirittura entusiasmo.
Tanto è vero che il risultato elettorale fu tutt’altro che irrilevante, pur scontando la delusione di un travagliatissimo governo Prodi. Nella politica di oggi l’emozione conta quanto la ragione. Ecco perché gli elettori delle primarie fanno vincere uomini come Renzi, Vendola e Pisapia: perché sono in cerca di figure che accendano la speranza di cambiamento e che offrano garanzie di genuinità per un progetto di futuro che riscaldi anche il cuore. Parliamoci chiaro, i vari Bersani, D’Alema, Bindi e Letta, non esprimono questa genuinità che gli elettori si aspettano, nel bene e nel male sono stati messi già alla prova e con loro alla guida di un nuovo progetto, il partito non riuscirebbe ad ingranare la marcia che serve per superare la coalizione guidata da Berlusconi. Pertanto, se Bersani si presentasse alle primarie di coalizione per la scelta del premier di centrosinistra sarebbe, senza alcun dubbio, Nichi Vendola a vincerle.
D’altronde, le oligarchie del partito questo lo sanno, ma invece di trovare la soluzione al problema si arroccano sulle loro posizioni, dicono no alle primarie e cercano alleanze spurie ed innaturali per sopperire alle loro impotenze. Perfino se riuscissero nel loro intento di rimanere in sella, non servirebbe a nulla, perché una lista a guida Bersani non riuscirebbe ad avere la meglio sulla coalizione guidata da Berlusconi. Un esempio per tutti: quando Walter Veltroni decise di non candidare Ciriaco De Mita alle elezioni politiche del 2008, la lista capeggiata da Veltroni, in provincia di Avellino, ottenne un risultato migliore di quello nazionale. Quel gesto di rottura voluto da Veltroni riuscì a risvegliare tante energie sopite e a ridare ai cittadini quella fiducia nella politica che avevano perso. Oggi, a distanza di soli due anni, il PD irpino è in grave difficoltà di consensi e invece di guardare avanti, si aggrappa a un’eventuale ricandidatura del presidente Nicola Mancino. Ma veramente il PD pensa di curare, a Roma come ad Avellino, la sua malattia che si chiama: “crisi di consensi” ricorrendo a questi espedienti? L’emerito presidente Mancino è un politico di lungo corso: due volte presidente della regione Campania negli anni settanta è stato poi eletto senatore per la prima volta nel 1976.
Lo ha votato mio nonno che era nato nell’ ‘800, poi mio padre, poi il sottoscritto e se si candidasse per l’ennesima volta, nella lista del PD, lo voterebbe anche mio figlio che è un ragazzo del 2000. Quattro generazioni e tre secoli di storia politica non possono disegnare il nuovo orizzonte di cui il PD ha tanto bisogno. Noi abbiamo grande rispetto per il presidente Mancino ma egli appartiene ad una altra epoca, ad un altro mondo, che oggi può essere solo oggetto di studi storici. La politica invece è trovare le soluzioni ai problemi che una società sempre più complessa vive quotidianamente, è cambiamento ed innovazione, è superamento dell’esistente, è speranza per le giovani generazioni. Il presidente Mancino tutto questo non lo può incarnare. Ed allora la soluzione del problemi del PD sta tutta nel rinnovamento della classe dirigente. Dobbiamo assolutamente cambiare, prima che sia troppo tardi. Per fortuna nel PD ci sono tante nuove leve che possono sostituire la vecchia classe dirigente, a cominciare da Renzi, Civati e tanti altri giovani talenti che si sono formati dopo la caduta del muro di Berlino e che nulla hanno a che vedere con il vecchio mondo democristiano o comunista: due schemi politici obsoleti, appartenenti al secolo scorso, che non sono adatti a leggere le trasformazioni della società moderna.
Noi amiamo il PD. Esso è lo strumento per il quale abbiamo profuso energie e con il quale vogliamo liberare l’Italia dalla deriva berlusconiana. Le elezioni si avvicinano ogni giorno di più: o siamo in grado di rinnovarci o gli italiani ci bocceranno. Sarebbe un peccato perdere anche questa occasione perché il PD può farsi promotore di un grande progetto di innovazione e progresso per l’Italia, ma, – conclude Forgione – se vuole vincere davvero, deve mostrarsi, prima di tutto, credibile agli occhi dei cittadini”.

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