Maschere campane: i personaggi della tradizione.

Il Carnevale è appena terminato e anche quest’anno le città italiane si sono riempite di maschere e carri allegorici: tra le manifestazioni più famose, troviamo il Carnevale di Viareggio, quello di Venezia e quello di Putignano, tra i primi cinque in Italia.

Carnevale è una parola che deriva dal latino carnem levare, cioè eliminare la carne dal banchetto dell’ultimo giorno prima della Quaresima, periodo di digiuno e penitenza in attesa della Pasqua. In realtà, le origini del Carnevale vanno ricercate nel mondo pagano, nei Saturnali romani e nelle feste dedicate a Dionisio nell’antica Grecia, quando le differenze sociali si eclissavano a favore dello scherzo, del gioco e del travestimento: semel in anno licet insanire, dice il proverbio latino.

E a tal proposito, Il travestimento è tipico del Carnevale, periodo dell’anno in cui la società “allenta” le sue maglie etiche e morali e permette alle persone di indossare abiti che non indosserebbe in altri periodi dell’anno; dagli States abbiamo importato Halloween, mentre ci sono ambiti in cui è concesso il travestimento anche al di là dei periodi prestabiliti. Basti pensare al mondo del poker, in cui molti professionisti, durante gli eventi più importanti, colgono l’occasione per indossare abiti bizzarri, o alle mascotte delle squadre di calcio, o ancora agli eventi legati al mondo variegato del Cosplay.

La Campania, così come tutte le altre regioni italiane, ha le sue maschere tradizionali, spesso legate a doppio filo alla Commedia dell’Arte e al teatro di strada. Alcuni di queste maschere sono ormai nell’immaginario comune in tutta la penisola, personaggi che rappresentano, allegoricamente, vizi e virtù delle persone comuni.

Le maschere tradizionali campane: Pulcinella, lo Spagnolo e gli altri

L’excursus nelle maschere tradizionali campane comincia ovviamente con Pulcinella, la cui origine è controversa: alcuni ritengono che Pulcinella sia la contrazione di “Puccio D’Aniello”, un contadino di Acerra che si unì a una carovana di attori di strada come buffone, altri invece ritengono che il nome derivi da “Pulcinello”, piccolo pulcino, detto così a causa del naso ritorto, tipico della maschera.

Dal costume bianco e ampio, maschera nera e naso aquilino, Pulcinella è pigro, sarcastico, chiacchierone, ma solo se non c’è da mangiare. Pulcinella usa la propria sagacia per sfuggire alla prepotenza di ricchi e potenti. Per un piatto di pasta, di maccheroni per la precisione, è disposto a mentire, imbrogliare, persino a essere picchiato. Pulcinella è il simbolo del Carnevale partenopeo, la maschera che più di tutte incarna lo spirito del popolo, la napoletanità vista nei suoi eccessi e nei suoi stereotipi, tra ingordigia ed eccessi, miseria e furbizia, ingenuità e voracità.

Strettamente legata a Pulcinella è la Vecchia ‘o Carnevale, una maschera doppia perché chi interpretava Pulcinella spesso interpretava anche l’anziana che lo portava sulle proprie spalle. All’abito bianco tipico di Pulcinella veniva sovrapposta una gonna lunga e il busto di una signora anziana, con braccia e gambe (di Pulcinella) false. Viso rugoso e corpo giovanile, la vecchia rappresenta la Quaresima e Pulcinella, che la cavalca e la schiaffeggia, il trionfo del Carnevale/Pulcinella su di lei.  

Altra maschera tipica connessa a quella di Pulcinella è quella dello “Spagnolo”, o meglio “Il Capitano Spagnolo”, che risale al XVII secolo. Cappello piumato e mantelletta, il Capitano Spagnolo se ne andava a zonzo accompagnato da un corteo di “pulcinelli”, che richiamavano l’attenzione delle persone suonando dei tamburelli; a quel punto, la maschera si metteva al centro del corteo per ballare la tarantella.

Non va dimenticato poi “Il Ciarlatano del Molo”, conosciuto anche come “il Medico”: dotato di una bislacca cassetta degli attrezzi, il Ciarlatano del Molo girava con una tonaca verde piena di ritagli di argento, una parrucca bianca e grossi occhiali. Dopo essersi presentato enfaticamente al pubblico, il Medico accoglieva i malati, altre maschere, che guariva con metodi alquanto bislacchi (estraendo meloni, rape e altri ortaggi dal corpo dei “malati”).

Simile al Ciarlatano del Molo è il “Cavadenti”, uno “scugnizzo” vestito con un frac sgualcito, un cappello a tre punte e un paio di occhiali a cavallo sul naso. La sua particolarità era di accompagnare una tanto forbita quanto incomprensibile e priva di senso lezione di medicina a una prova pratica, messa in atto con un’altra maschera, ovviamente, un vecchio sdentato dal forte mal di denti, risolto da pronto intervento della tenaglia del Cavadenti (che a volte staccava l’intera mascella).

Concludiamo questa breve rassegna delle maschere tipiche campane con “Pasqualotto” o “Pascalotto”, la maschera che inaugurava il Carnevale. La caratteristica principale era l’ambiguità sessuale: vestita da donna, dotata di un seno abbondante e dal volto truccato, la maschera, che appariva per le strade tutto l’anno e non solo a Carnevale, si divertiva a lanciare per aria un bastone, che riprendeva tra le mani con abilità.

Abbiamo visto solo una carrellata delle principali maschere napoletane tradizionali, la cui nascita affonda le radici nel teatro da strada e in quel patrimonio culturale enorme rappresentato dalla Commedia dell’Arte.

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