Il concetto di identità digitale si è trasformato insieme al nostro rapporto con la tecnologia. In passato il nostro alter ego virtuale non era altro che un nickname associato ad una foto, che non necessariamente ritraeva il nostro volto.
Sui social abbiamo iniziato poi a pubblicare scatti personali curando al meglio le descrizioni con l’intento di condividere in parte la nostra personalità. Dunque, accanto al tratto estetico si è affiancata la sfera emotiva e psicologica.
Questo iter sembra ormai essere in atto anche nel mondo dei giochi. Siamo portati a costruire da zero la nostra identità digitale con avatar, per i quali scegliamo componenti fisiche, espressioni facciali e, ancora, abbigliamento e accessori.
Tutto questo è stato amplificato soprattutto con le skin, che spesso diventano il modo in cui il giocatore si presenta alla community ludica. Anche in questo ambito però si è andati ben oltre l’estetica.
Nei giochi l’identità digitale ci consente anche di sperimentare i nostri comportamenti. Ne sono un esempio i moderni simulatori di vita e i pet-games, dove la cura costante di un ambiente o di una creatura digitale diventa un riflesso del nostro modo di agire nella realtà. Titoli come Minecraft consentono ai giocatori di costruire società virtuali. Qui l’identità si manifesta soprattutto attraverso le scelte adottate.
Occorre evidenziare che se nei grandi mondi virtuali l’identità si costruisce consapevolmente attraverso un avatar, nel gaming mobile essa emerge in modo molto più istintivo.
Non serve un volto digitale per rivelarsi, poiché nella gestione delle giocate o la reazione alle mosse altrui anche nei classici giochi con le carte, come scala quaranta, si delinea il profilo psicologico del giocatore.
Sono emblematici al riguardo anche i giochi di logica e rompicapo multiplayer che fanno emergere lo spirito di competizione e la capacità di gestione dello stress.
Se oggi possiamo scegliere di adottare un’identità alternativa online è solo perché abbiamo anche la libertà di poter essere noi stessi. Forse l’espressione più autentica di sé è proprio quella che si ritrova nelle decisioni progressive di una partita o nella cura del proprio sé virtuale.








