Alcolismo¸tossicodipendenza e disturbi psichiatrici

di Pierluigi Vergineo

L’etilismo cronico e la tossicodipendenza comportano quasi sempre una comorbidità psichiatrica che complica notevolmente il decorso clinico, la compliance al trattamento e la prognosi. Il delirium tremens, il delirio di gelosia, la demenza di Korsakow, la psicosi tossica sono tipiche complicanze dell’alcolismo.  

Tale complessità riveste una particolare rilevanza clinica che impone l’utilizzo di uno spettro di farmaci che vanno da quelli classici della dipendenza  (Alcover, GHB, Campral), ai farmaci antipsicotici (aloperidolo, Olanzapina, Risperidone), dagli stabilizzatori del tono dell’umore (carbamazepina, lyrica, depakin) agli anticraving.

Partendo dal concetto che  quando uno stile di vita per anni è legato alle “sostanze”, che gli alcolismi sono tanti quanti gli etilisti, che non è più possibile distinguere tra le patologie principali e quelle secondarie, tra etilismo e innesto psicotico sembra più opportuno parlare di “comorbidità”.

Con l’espressione “comorbidità” si intende un fenomeno clinico complesso tipico dei nostri tempi ove è sempre più difficile trovare schizofrenici o eroinomani puri. Se l’ottocento è il secolo delle nevrosi (basti pensare  all’isteria rappresentata da Charchot alla Salpetriere di Parigi), il novecento il secolo della schizofrenia e dei manicomi (vengono costruiti centinaia di enormi ospedali psichiatrici in tutta Europa), l’inizio del secondo millennio è caratterizzato dalla “comorbidità” ovvero dalla complessità di quadri clinici ove si sovrappongono diagnosi diverse.

Ovviamente  in presenza di doppia – tripla – diagnosi è  molto più alto il rischio di recidiva tossicomanica o scompenso psicopatologico. Si tratta in genere di pazienti che più di ogni altro presentano condotte pericolose, impulsive, auto-eteroaggressive. L’allarme sociale indotto dai pazienti affetti da comorbidità  è enorme tanto che all’interno delle strutture penitenziarie è altissimo il numero dei “tossici” ristretti (ormai quasi il trenta percento). La complessità del problema rappresenta quindi una sfida sia dal punto di vista diagnositico che terapeutico. Sono indifferibili trattamenti integrati sia per la cura della dipendenza che per il disturbo psichiatrico.

Oltre ad una profonda conoscenza dei farmaci psicotropi e delle loro interazioni è necessario personale qualificato in grado di distinguere gli aspetti sintomatologici e fornire una adeguata risposta  flessibile  con terapie personalizzate.

Lo scrivente ha svolto venti anni di servizio presso la Psichiatria dell’ASL Benevento 1. Attualmente è il referente dell’ambulatorio di alcologia presso il SerT ove già esisteva una solida rete di rapporti tra servizi psichiatrici, unità ospedaliere, reparti di malattia infettiva, cliniche specializzate, gruppi di auto-mutuo-aiuto e comunità.

E’ stato naturale trattare i pazienti affetti da comorbidità con protocolli ormai classici che associano al metadone gli antipsicotici atipici come la quetiapina, risperidone e olanzapina che non hanno effetti extrapiramidali come il Serenase, Entumin  e Largactil. Soprattutto l’uso dell’olanzapina non solo ha avuto ottimi effetti antipsicotici ma ha contribuito notevolmente a ridurre il craving negli alcolisti e cocainomani.

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