Solofra non può più restare a guardare. Pronta a lasciare l’Asi

C’è un momento in cui un territorio è chiamato a scegliere se continuare ad accettare decisioni  oppure rivendicare con forza il proprio ruolo. Per Solofra quel momento sembra essere arrivato.
La riconferma di Pasquale Pisano alla guida dell’ASI non è mai stata messa in discussione dall’amministrazione comunale. Anzi. Il sindaco Nicola Moretti e la sua maggioranza hanno espresso piena fiducia nei confronti del presidente, riconoscendone il lavoro svolto e la continuità amministrativa garantita in questi anni. Ma una cosa è la fiducia nella presidenza, altra cosa è accettare un sistema di nomine che, ancora una volta, lascia ai margini uno dei territori più produttivi e strategici dell’intera provincia.
La vicenda delle nuove designazioni all’interno degli organismi direttivi del Consorzio ha aperto un capitolo diverso. Non per una questione personale o di appartenenza politica. Il punto è molto più serio e riguarda il principio della rappresentanza.
Solofra non è un comune qualsiasi. È il cuore di uno dei più importanti distretti conciari d’Europa. È una realtà industriale che produce ricchezza, occupazione, export e sviluppo. Migliaia di famiglie vivono grazie a un comparto che da decenni rappresenta un’eccellenza riconosciuta ben oltre i confini provinciali. Eppure, nonostante questo peso economico e sociale, la città continua a essere trattata come una comparsa nelle sedi in cui si assumono le decisioni più importanti.
L’esclusione di Solofra  viene percepita proprio in questa chiave, come l’ennesimo segnale di una politica sorda, cioè incapace di ascoltare il territorio e di valorizzarne le competenze. Il mancato coinvolgimento è stato letto da molti come la conferma di una logica che premia equilibri diversi da quelli della rappresentanza reale.

È difficile spiegare ai cittadini e agli imprenditori di Solofra perché un polo industriale che genera lavoro e sviluppo debba avere meno voce di realtà infinitamente più piccole sotto il profilo demografico ed economico. È difficile comprendere perché chi produce ricchezza per l’intera provincia debba continuare a inseguire spazi di partecipazione che dovrebbero essere naturali.
Per questo la reazione del sindaco Moretti non appare né impulsiva né strumentale. Al contrario. Appare il tentativo di difendere la dignità istituzionale di una comunità che da troppo tempo vede ridimensionato il proprio ruolo.
Dietro il malcontento non ci sono soltanto le nomine. Ci sono problemi concreti che gli imprenditori conoscono bene. Ci sono procedure che si trascinano per mesi, autorizzazioni che richiedono tempi incompatibili con le esigenze delle aziende, pratiche ambientali che possono attendere anche un anno prima di ricevere una risposta, come la richiesta di una Aua, l’ Autorizzazione unica ambientale, che è il provvedimento amministrativo istituito in Italia per semplificare la vita alle imprese. Una situazione che rischia di diventare insostenibile in un mercato dove velocità ed efficienza rappresentano fattori decisivi.
Non è un caso che il Comune abbia spesso dovuto intervenire direttamente per colmare ritardi e carenze. Lo dimostrano gli investimenti realizzati in autonomia, come quelli destinati alla viabilità dell’area industriale, finanziati con risorse proprie per oltre un milione e mezzo di euro, in appalto, e che a breve partiranno. Un segnale chiaro della volontà di non restare immobili mentre il territorio attende risposte.
In questo contesto, l’ipotesi di un’uscita dall’ASI non può essere liquidata come una provocazione. È una riflessione politica e amministrativa che nasce dalla consapevolezza di un disagio diffuso. Una scelta certamente complessa, che richiederà il coinvolgimento di imprenditori, associazioni di categoria, organizzazioni sindacali e consiglio comunale. Ma che oggi viene considerata da molti una strada percorribile per restituire a Solofra quella centralità che le spetta.
La questione, infatti, supera il perimetro delle appartenenze politiche. Lo stesso sindaco Moretti ha evitato accuratamente di trasformare la vicenda in uno scontro ideologico. Non ci sono attacchi ai partiti né accuse al cosiddetto campo largo. C’è piuttosto la rivendicazione di un principio semplice: chi rappresenta un territorio che produce lavoro, consenso e sviluppo deve poter partecipare alle scelte che riguardano il suo futuro.
Solofra chiede rispetto prima ancora che potere. Chiede ascolto prima ancora che incarichi. Chiede una rappresentanza proporzionata al contributo che offre quotidianamente all’economia provinciale e nazionale.
Se queste richieste continueranno a rimanere inascoltate, allora la discussione sull’uscita dal Consorzio non sarà più soltanto un’ipotesi. Diventerà la naturale conseguenza di una lunga serie di occasioni mancate.
Perché una comunità che produce, investe e guarda al futuro non può accettare all’infinito di restare spettatrice. E Solofra, oggi più che mai, ha il diritto e il dovere di tornare protagonista.

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