Mastrotto (Unic): “Più attenzione alla concia o si chiude”

SOLOFRA – Il presidente nazionale Unic Rino Mastrotto lancia l’allarme: “Nuove misure in favore dell’industria conciaria o si chiude”. Mastrotto, imprenditore di lungo corso, traccia le linee portanti di una azione di diversificazione che impegna l’industria conciaria italiana e che guarda a nuovi settori a maggior valore aggiunto, all’estero e ad altri materiali cercando equilibri più avanzati. E lo fa giocando le carte della flessibilità, della ricerca di nuovi clienti e settori di sbocco accompagnati dell’inserimento di manager qualificati accanto ai vecchi “patron”. Con sullo sfondo l’emergenza materie prime, sempre più difficili da reperire con il livello qualitativo richiesto in una borsa delle pelli che tende al rialzo anche per l’affacciarsi sul mercato di nuovi protagonisti industriali nei Paesi emergenti. “Quattro anni fa avevamo denunciato il pericolo di asfissia per mancanza di materia prima, provocato da esagerate spedizioni in Asia. Tra i destinatari delle risorse d’Europa (che ci tratta con sufficienza) ci sono i 22 Stati, che bloccano il libero accesso e sequestrano il 50% delle disponibilità universali. Bisognerebbe reagire, lo abbiamo ripetutamente precisato. A Roma finora hanno preferito la resa. A Bruxelles invece procacciano business per il centro-nord continentale”. I conciatori archiviano un anno caratterizzato da un rallentamento quantitativo. Nel 2012 la produzione è scesa del 5% in volumi restando però stabile in valore. Significa che la concia del made in Italy è riuscita ad aumentare il valore aggiunto dei suoi prodotti, specialmente sui mercati esteri. L’export – in linea con l’andamento interno – ha tenuto su livelli abbastanza stabili (meno 0,4% in valore) anche perché i mercati serviti dall’Italia sono passati dai 98 del 1991 ai 121 dello scorso anno. Da un sondaggio sulla clientela, è emerso che le “griffe” intervistate dichiarano un 2013 di crescita, con maggiori acquisti, nonostante lo stress evidente cui sono state sottoposte tutte le società. “Oggi i nostri interlocutori – ha spiegato Mastrotto – sono diversi da quelli degli anni 80, perché ci interfacciamo con funzionari e dirigenti di multinazionali: ci siamo quindi adattati con flessibilità”. Un mutamento d’orizzonte che non è stato indolore: “In cinque anni abbiamo perduto sette milioni di metri quadrati nella destinazione calzatura, otto milioni nell’arredamento, tre nell’abbigliamento. Mentre la pelletteria è salita al 49%”.

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