Pietro Sica, il ricordo dei suoi cari

Pietro Sica, il ricordo dei suoi cari

Era venerdì mattina, da qualche minuto erano trascorse le 9.30 del 24 settembre 2010, quando Pietro Sica incontrò un uomo, no incontrò la morte, che lucida, famelica, lo inseguiva, lo braccava, lo incontrò. Pochi secondi, un attimo, quattro spari, poi il silenzio, la nebbia, il buio eterno. Tutto pianificato, missione compiuta. A venti giorni dalla sua scomparsa e ora che la nostra personale tensione emotiva e dell’intera comunità si è leggermente allentata, vogliamo rivolgere a lui un pensiero e un breve ricordo. Un paese rimasto attonito, sgomento, stupefatto, ferito anche nell’orgoglio dell’abituale civiltà dei suoi costumi e dell’alto comune senso dell’ospitalità che lo hanno sempre contraddistinto. Inizia così la lettera in memoria di Pietro Sica, scritta dalla figlia Donatella e da un amico del dipendente comunale di Guardia dei Lombardi ucciso, Michele Di Biasi.
Un paese in preda anche ad un senso di paura, non per timore della personale incolumità di ognuno, ma quanto per la consapevolezza della precarietà della vita, per la freddezza e la spietatezza dell’esecuzione avvenuta davanti al palazzo comunale, in piazza e in prossimità della strada che porta alla Chiesa Madre. I luoghi simboli di un paese nei quali una comunità si riconosce, si identifica e intorno ai quali si raccoglie.
Il palazzo comunale che rappresenta non solo il potere ma è soprattutto la casa comune il simbolo del governo del paese e della sicurezza. La piazza, il luogo d’incontro delle persone, di svago, di progettualità, di confronto di idee. Questi luoghi, punti di riferimento collettivi, sono stati violati. Nel cuore e nella mente della gente è rimasta stampata l’immagine di quel corpo senza vita riverso sull’asfalto. Una comunità – prosegue la lettera – ferita nel suo pudore, angosciata e più insicura a causa della totale e assoluta incoscienza di un singolo.
Si può essere credenti o non, si può essere sensibili e partecipi o più distaccati verso la tragedia, ma sicuramente non si può essere sospettosi o dubbiosi di fronte a una vita spezzata, alla solennità e maestà della morte, verso la quale tutti dobbiamo inchinarci riverenti e avere rispetto e pietà per chi tragicamente e violentemente ha perso la vita. Noi non vogliamo avventurarci in approssimative e improbabili analisi sociologiche locali, sulle motivazioni profonde, sul terreno di coltura nelle quali maturano le spinte che poi armano la mente di un individuo prima di armargli la mano. E’ un esercizio di circostanza, fuori luogo, inopportuno e non pertinente che serve soltanto ad alimentare quelle polemiche e tensioni che si vogliono denunciare e dare inizio ad una partita, a ping pong, di responsabilità, di orgoglio e di inutili ripicchi, tanto più gravi quanto più alta è la posizione e il ruolo di chi dovrebbe costituire esempio, modello di equilibrio e di moderazione.
Evitiamo di alimentare folklore o, peggio, di esportare folklore paesano. Quanto è accaduto è stato coltivato, alimentato e programmato solo nella mente del singolo. Evitiamo che questa tragica circostanza serva a mettere a nudo tutte le virtù e i difetti di una piccola comunità. Non esiste motivazione alcuna che possa giustificare l’uccisione di un uomo. La vita può essere tolta solo dal ciclo biologico della natura o, se si è credenti, da Dio che l’ha generata. Il mondo intero si è mobilitato e ha gridato: “Salvate Sakineh dalla lapidazione”. Spesso in occasione di altre condanne a morte si è gridato: “Nessuno tocchi Caino”. Ora, se queste sono le considerazioni sulla sacralità della vita dobbiamo, però, con altrettanta forza sostenere che per evitare che la vita venga tolta, ci sia la certezza e la durezza della pena ed evitare che una sequela di appigli garantisti minimizzi e sminuisca la condanna. Sarebbero pessimi esempi che alimenterebbero l’emulazione e la reiterazione.
Soprattutto dobbiamo partecipare, come accaduto, sinceramente al dolore e far sentire la vicinanza calorosa alla famiglia, tra le più rispettate e rispettabili del paese per compostezza, laboriosità e integrità morale, che fa onore alla nostra comunità. Tantissimi sono stati gli attestati di sincera e affettuosa solidarietà e partecipazione ricevuti non solo dalla gente di Guardia, ma anche da altri paesi e dall’Estero, soprattutto dagli USA e dal Canada. A tutti la famiglia, commossa, esprime sentiti ringraziamenti per la vicinanza e la partecipazione al proprio dolore e, inoltre, coglie l’occasione per ringraziare coloro, tantissimi, che hanno offerto, al posto dei fiori, somme di danaro, che come già annunciato in Chiesa, il giorno del funerale, dal parroco saranno devolute all’AIRC(Associazione Italiana Ricerca sul Cancro). Dovendo ricordare una persona prematuramente e tragicamente scomparsa è facile cadere nella retorica o nel pericolo della retorica.
I riconoscimenti postumi sono soddisfazioni platoniche, però, a volte, servono anche a rendere giustizia. Conoscendo e come certamente egli avrebbe gradito, ci preme parlare di Pietro Sica non tanto dal punto di vista professionale, quanto, brevemente, dell’uomo. Egli era notissimo in paese soprattutto per il suo interesse, impegno pubblico e civile. Essersi interessato della costruzione della Chiesa di San Pietro, della sua manutenzione continua e del suo abbellimento è una cosa che non va assolutamente minimizzata in una società sempre più protesa verso l’egoismo e l’indifferenza.
Organizzare la festa di San Pietro, la festa più partecipata e importante di Guardia, per lui era un impegno continuo che durava quasi tutto l’anno con il desiderio e la caparbietà di fare l’anno successivo una festa migliore della precedente, regalando alla comunità due serate di svago e di divertimento che la gente attendeva e che richiamava la partecipazione anche dei paesi vicini, presso i quali la festa di San Pietro era diventata molto nota. Come non ricordare Pietro, abile suonatore di organetto e protagonista di tante serenate e di altre occasioni di festa, dove con i suoi suoni e i suoi canti portava allegria e spensieratezza. Egli amava le tradizioni ed era un cultore appassionato della loro conservazione. Un novello menestrello, istrione e mattatore, stravagante ed esuberante, ma sempre disponibile, operativo e sorridente, magnanimo e altruista.
Il mattino del 24 settembre per l’ultima volta vedesti e salutasti i tuoi cari, per l’ultima volta uscisti dalla tua casa, per l’ultima volta guardasti il cielo azzurro e l’orizzonte infinito. Il 24 mattina “tutto” per l’ultimo volta. Ora tu spazii per le infinite praterie senza confini, maledetti confini, quante tragedie, quanti morti, milioni di morti. Il 28 settembre, il giorno del tuo compleanno, i tuoi cari avevano preparato per te a tua insaputa una gran festa. Ma tu, come al solito sempre esagerato e sorprendente spiazzasti tutti e ci facesti una sorpresa ancora più grande. Il pomeriggio del 28 settembre riunisti tutti noi e una folla immensa nella Chiesa Madre di Guardia, dove, insieme festeggiammo il tuo compleanno e celebrammo il tuo funerale. Siamo certi che davanti a San Pietro, sorridente, o forse ridendo, gli avrai detto: “Ma, San Pietro, cosa hai combinato?…non era ancora il mio tempo”. E San Pietro, a sua volta sorridendo, ti avrà risposto: “Avevo bisogno, anche da queste parti, di un suonatore di organetto che sapesse organizzare la festa di Pietro”.

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