Clan Sangermano, confermata la sentenza di secondo grado per i sodali

Clan  Sangermano, si è concluso nella serata di ieri  con  il pronunciamento della quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione liter giudiziario  per il sodalizio criminale. I giudici hanno respinto i ricorsi presentati dalla difesa dei vertici e degli affiliati principali del sodalizio operativo tra il Nolano e l’hinterland avellinese, confermando così le condanne già emesse dalla Corte d’Appello di Napoli.

 

La sentenza, che coinvolge i nomi di Agostino Sangermano, Salvatore Sepe, Onofrio Sepe e Paolo Nappi, acquisisce ora valore definitivo. Agostino Sangermano, ritenuto punto di riferimento del gruppo, dovrà scontare 13 anni e 8 mesi di reclusione. Seguono Salvatore Sepe (11 anni e 8 mesi), Paolo Nappi (8 anni e 8 mesi) e Onofrio Sepe (8 anni e 10 mesi). Per ciascuno, la Suprema Corte ha stabilito che non saranno possibili ulteriori impugnazioni.

Questo procedimento segna l’epilogo di uno dei processi più rilevanti degli ultimi anni nel contrasto alle organizzazioni camorristiche radicate nel territorio, e arriva a seguito di una lunga istruttoria processuale scaturita da indagini condotte a più livelli e coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli.

Le condanne rese irrevocabili
Con il rigetto dei ricorsi da parte della Cassazione viene completamente recepita la sentenza di secondo grado pronunciata dalla Terza Sezione Penale della Corte d’Appello partenopea. I magistrati d’appello avevano già contemplato alcune riduzioni rispetto al giudizio di primo grado, soprattutto per quanto riguarda i capi d’imputazione relativi al possesso di armi, che erano stati in parte oggetto di assoluzione per i fratelli Sepe, con conseguente diminuzione di sei mesi di pena per Onofrio e di un anno per Salvatore.

Il Collegio della Cassazione ha dunque stabilizzato ulteriormente quanto già determinato dalle precedenti corti di merito, confermando la responsabilità penale degli imputati per i fatti contestati e avallando la ricostruzione fornita dai giudici delle fasi di primo e secondo grado.

Agostino Sangermano: 13 anni e 8 mesi (assistito dall’avvocato Raffaele Bizzarro).

Salvatore Sepe: 11 anni e 8 mesi, pena ridotta rispetto ai 12 anni e 8 mesi del primo grado (difeso dagli avvocati Antonio Iorio e Giovanna Russo).

Paolo Nappi: 8 anni e 8 mesi (difeso dagli avvocati Raffaele Bizzarro e Marco Massimiliano Maffei).

Onofrio Sepe: 8 anni e 10 mesi, in diminuzione rispetto ai 9 anni e 4 mesi iniziali (difeso dall’avvocato Raffaele Bizzarro).

 

L iter processuale si è fondato su un solido impianto probatorio, prodotto da un’articolata attività d’indagine congiuntamente svolta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna e dalla Direzione Investigativa Antimafia di Napoli. La coordinazione delle indagini è stata assicurata inizialmente dal pubblico ministero Gianfranco Scarfò e, in una fase successiva, dai magistrati Simona Rossi e Antonio D’Alessio.

La ricostruzione dei fatti, come indicato nella sentenza di primo grado firmata dalla giudice Chiara Bardi, è stata resa possibile da un consistente insieme di elementi raccolti durante le indagini, tali da delineare — secondo l’impostazione della Procura — un assetto organizzativo conforme al quadro normativo dell’associazione di stampo mafioso (art. 416 bis c.p.).

«Dal materiale probatorio illustrato e commentato, senza ombra di dubbio deve dirsi provato che gli imputati Sangermano Agostino, Sepe Salvatore, Sepe Onofrio, Nappi Paolo e Buonincontri Giuseppe abbiano consentito e garantito la sopravvivenza e la perdurante operatività del gruppo camorristico riferibile alla famiglia Sangermano».

Il sodalizio era composto, secondo le risultanze processuali, da persone legate prevalentemente da vincoli familiari e aveva mantenuto nel tempo una struttura operativa funzionale alle esigenze del gruppo. L’utilizzo del metodo mafioso ha rappresentato uno dei tratti qualificanti del reato contestato, secondo quanto affermato nella decisione del Gup.

SPOT