Prevenire le morti improvvise
di Giovanni Savignano
Le informazioni oggi disponibili indicano che ogni anno in Italia si verificano circa 60.000 arresti cardiaci extraospedalieri, dati quasi analoghi a quelli pre-Covid del 2019.
Le aritmie maligne possono talvolta non essere riscontrate durante le normali visite mediche preventive, anche nei soggetti sportivi. A distanza di otto anni dalla morte del calciatore Davide Astori della Fiorentina, occorre studiare e approfondire nuove tecniche sulla prevenzione primaria e secondaria della morte improvvisa nel calcio.
Richiamare l’attenzione sul tema dei problemi cardiaci nei calciatori rientra tra le iniziative scientifico-culturali volte alla tutela della salute degli sportivi professionisti e dilettanti.
Il problema dell’arresto cardiaco è legato a cause elettriche e, in particolare, al “blocco” e alla “fibrillazione ventricolare”, aritmie nelle quali la contrazione del ventricolo è inefficace o lenta e il sangue non circola correttamente.
Le cause di questa aritmia sono varie e, di solito, risultano secondarie a cardiopatie severe, come le malattie coronariche e la cardiopatia ischemica, che possono aggravarsi con la fibrillazione ventricolare qualora intervengano fattori stimolanti. La crisi può verificarsi come evento elettrico, causando comunque un arresto cardiaco anche in persone con apparato cardiocircolatorio relativamente sano.
Si tratta di un’aritmia spesso mortale in assenza di un pronto intervento e che, nel corso dei secoli, ha segnato il percorso che ha portato alla defibrillazione elettrica del cuore.
Un’altra tipologia di arresto cardiaco è il “blocco atrio-ventricolare”. Quando alcuni processi patologici danneggiano i tessuti di conduzione del cuore, si verifica infatti un rallentamento della trasmissione degli impulsi, con ridotta attivazione elettrica e, pertanto, diminuzione dell’attività contrattile del muscolo cardiaco.
In questa situazione il sangue arriva in quantità ridotta agli organi periferici, provocando diversi sintomi collegati: affanno, svenimento, sincope, angina e dolori al petto.
Da molti anni, per tamponare queste anomalie del ritmo cardiaco, si fa ricorso agli stimolatori elettrici (pacemaker), utilizzati sia in via transitoria per blocchi temporanei sia in via definitiva quando i battiti del cuore risultano rallentati. Questo elettrostimolatore invia impulsi al cuore a frequenza prefissata mediante una sonda collocata all’interno della cavità cardiaca.
Un soggetto che perde conoscenza, non risponde e non respira potrebbe essere colpito da arresto cardiaco. Se il paziente viene immediatamente soccorso con massaggio cardiaco e defibrillazione entro 3-5 minuti, la possibilità di sopravvivenza è elevata.
Abbiamo detto che ogni anno 60.000 persone in Italia sono colpite da arresto cardiaco improvviso e che, nel 70% dei casi, l’evento avviene in presenza di altre persone. Purtroppo, solo nel 15% dei casi i presenti iniziano immediatamente le manovre di rianimazione cardiopolmonare.
Oggi i defibrillatori sono strumenti semplici da utilizzare, al punto da essere collocati nelle scuole, nelle piazze, negli stadi, nelle stazioni ferroviarie, nei porti e negli aeroporti, nelle palestre e in molti altri luoghi pubblici: associazioni cittadine, località molto frequentate o ad alta affluenza turistica, strutture con grande presenza di pubblico.
Il defibrillatore è uno strumento salvavita in grado di rilevare le alterazioni del ritmo cardiaco e di erogare una scarica elettrica al cuore quando necessario. Di solito è costituito da due elettrodi da posizionare sul torace del paziente — uno a destra e uno a sinistra del cuore — e da un apparecchio centrale per l’analisi dei dati.
Esistono vari tipi di defibrillatori: manuale, semiautomatico esterno, automatico esterno e impiantabile o interno.
Il defibrillatore manuale è il dispositivo più difficile da utilizzare e viene pertanto adoperato da medici o operatori sanitari esperti. Il semiautomatico esterno è invece in grado di funzionare quasi in completa autonomia: una volta collegati gli elettrodi al paziente, stabilisce se sia necessario erogare uno shock elettrico al cuore. Compito dell’operatore, formato mediante corso pratico, sarà soltanto quello di premere il tasto di scarica.
Il defibrillatore automatico, diversamente da quello semiautomatico, nel momento in cui rileva l’arresto cardiaco agisce in piena autonomia provocando lo shock elettrico al cuore del paziente. È sufficiente accenderlo e collegarlo al paziente.
Quello impiantabile o interno è invece uno stimolatore cardiaco alimentato da una batteria di dimensioni ridotte, inserito in prossimità del muscolo cardiaco, solitamente a livello della spalla, sotto la clavicola.
È importante sottolineare che, per salvare la vita a un soggetto colpito da arresto cardiaco, non basta soltanto disporre del defibrillatore: occorre utilizzarlo il prima possibile. Le percentuali di sopravvivenza diminuiscono infatti di circa il 10% per ogni minuto trascorso.
È consentito l’uso del defibrillatore semiautomatico o automatico in sede extraospedaliera anche al personale sanitario non medico, nonché al personale non sanitario che abbia ricevuto una formazione specifica nelle attività di rianimazione cardiopolmonare.
Dobbiamo augurarci che la FIGC possa sensibilizzare all’attivazione di ulteriori e adeguate misure organizzative, con specifici programmi di educazione sanitaria e con la disponibilità di ambulanze attrezzate del tipo CMR (unità mobile di rianimazione).
Con l’acronimo CMR si intende un mezzo di soccorso caratterizzato dalla presenza a bordo di tutti i presìdi, elettromedicali e non, necessari per l’assistenza e il monitoraggio dei pazienti critici. In pratica, una terapia intensiva mobile, in grado di garantire cure simili a quelle normalmente prestate all’interno dell’ospedale.
Oltre alle attrezzature specifiche — monitor cardiaco, respiratore meccanico, farmaci d’emergenza e pompe di infusione, solo per citarne alcune — ciò che differenzia un CMR da un’ambulanza base è la presenza di un equipaggio medico-sanitario specializzato.
Il personale impiegato per il trasferimento di pazienti critici è generalmente costituito da un infermiere e da un medico specializzato in emergenza e/o anestesia-rianimazione, in grado di gestire, ad esempio, un paziente che debba essere intubato.
Certo, non è facile, considerata l’attuale precarietà del sistema sanitario — carente di personale e di presìdi territoriali di emergenza — posizionare un’ambulanza di questo tipo vicino a ogni campo di calcio o calcetto.




