PRESENTAZIONE DELLA SILLOGE DI POESIE “
“LENZUOLA DI RAGNATELE ”
di Nicola Guarino
Nel piccolo paese di Teora, adagiato lungo le colline che coronano Cresta del Gallo, nell’ambito delle iniziative organizzate dall’Associazione culturale ARTEUROPA che va programmando un nuovo anno ricco di eventi, mostre, convegni e quanto altro può essere speso a favore della cultura, il 18 aprile p.v., alle ore 17,30 nella Sala Europa della casa comunale, sarà la volta della poesia ed ancora una volta sarà una silloge poetica dell’architetto Nicola Guarino ad essere presentata al pubblico.
La silloge dal titolo “LENZUOLA DI RAGNATELE”, per i tipi de “LA VALLE DEL TEMPO” reca la prefazione autorevole del professore e poeta Antonio Spagnuolo, che qui riportiamo: “Lavorare sulla parola, per la parola, con la parola è paragonabile alle fatiche di un fabbro che cerca di cesellare profili maneggiando con estrema competenza il ferro rovente. Un immergersi quotidianamente tra le onde che il simbolo nasconde in lontananza o manifesta in chiaroscuro come principio dello spazio aperto. Il connubio allora tra memoria e mistero, tra lampeggi e imprevisti, si lega inesorabilmente all’episodio che incide nel quotidiano. Per celebrare consuetudine Nicola Guarino fabbrica, nel vero senso della parola, i versi che costituiscono la cronaca degli eventi, delle illuminazioni, delle folgorazioni, delle memorie, degli imprevisti, delle rappresentazioni. Il suo itinerario ha diverse stazioni dove fermarsi per dar spazio alle idee, ai fantasmi, al dubbio di un credo traballante, alle incertezze di guerre fratricide.
«Queste finestre chiuse
conservano le voci e le carezze
di chi ha lasciato impronte
sulle serrature arrugginite
e sulle ante annerite dai vapori delle fatiche,
anche i sogni di chi ha pennellato i suoi sudori
sulle pareti che le reggono a fatica.
Ancora per poco.»
Egli racconta con la semplicità che rende la poesia lo sciorinarsi di apparenze e di ricordi, e parte proprio con le prime esperienze di bambino, quando ingenuamente si giocava alla guerra senza minimamente immaginare quali fossero le vere tragedie di un conflitto armato. Un invito trattenuto dalla tenerezza per realizzare le necessità contemporanee, ben descrivendo in altra poesia gli efferati delitti di Auschwitz.10
«…in quel profondo di verità
che non avrebbe bisogno di prove.
La mia gola si affolla di sete e di pace
e mi riappaiono i volti di verità conosciute,
del coraggio a mezzanotte
che giace sereno
fragile come di cristallo le scarpe rotte»
L’evocazione dei luoghi e degli oggetti scorre come l’inchiostro che esce ininterrottamente dal calamaio, a volte sporco dei detriti di incertezze, a volte limpido per legittimare i disegni della fantasia creatrice. Coltivare l’amore nel connubio tra biografia e poetica diviene nutrimento per l’ascolto, fra le tante frequentazioni abituate a recitare il vissuto. Quando i profumi degli amaretti o dei sughi nella terracotta erano etichette che avrebbero segnato le antichità ripetute, con funzione di premonizione o dichiarazione del girovagare tra le avventure della giovinezza, con le sue primavere ricche di fioriture o con i suoi momenti di canti proibiti, a tutti gli effetti di ungarettiana tessitura.
Tra un sobbalzo di emozioni ed un sussurro di incisioni la scrittura offre variegate soluzioni capaci di volare alto, alla luce delle interpretazioni che cercano di rivelare la realtà contraddittoria della quale siamo costituiti ed il mondo vertiginoso della relatività che svela il volto dei momenti più fascinosi della storia personale.
Ed invoca la pace, la invoca come si può ricamare una preghiera nel romitaggio di un chiostro, in attesa che qualcuno finalmente possa ascoltare le tensioni che un’utopia porta al passo della poesia, al fuoco improvviso di foglie e paglie secche e di zolle di terra arsa abbandonata da tutti. Vicissitudini di una coscienza interrogante, incapace di voltare pagina ed avvolta come l’edera ad un consueto riproporsi di inflessibile resistenza.
Le solitudini sono certezza, anche se potremmo trasferirci altrove con i bagagli pronti ma congelati in attese estenuanti. Inseguire il vecchio pallone ormai non riesce a rinvigorire il tempo che diventa ogni giorno sempre più corrosivo e maledettamente irregolare. Così il nesso fra parola poetica e conoscenza si può specificarlo nel senso della straordinaria coerenza dell’investigazione appassionata della realtà come manifestazione di incognite presenti tanto in natura quanto nell’intimo del poeta. Tutte le immagini che vengono incise tar i versi cercano quella immanenza che corrisponde all’accaduto, sia come ripensamento della memoria, sia come fenditure di una riflessione febbrile, sia come barlume interpretativo del dubbio.
Il concetto di rilevamento fa assumere al ritmo il valore di strumento di contatto con il mondo esterno, alla scoperta di quelle aspirazioni al totale che tocca ad ogni questione della meditazione.
«Ammirate insieme una rondine che vola.
Senza riverbero l’odio non può indicare il recapito finale.»
La poesia negli ultimi decenni si è caricata vertiginosamente di una strana materialità che ha portato la creatività verso lo smembramento del dettato scritto, verso la incomprensione delle frasi, mandate allo sbaraglio delle fluttuazioni.
Fortunatamente Nicola Guarino è ancorato alla poesia che cerca di essere comprensibile ed abbia una musicalità adatta alle sillabe che si susseguono nella scansione, offrendo così dei componimenti che sorreggono la tradizione. Il mito che aleggia tra i filtri gioca verso la conclusione del desiderio, verso il sobbalzo che scocca dai vent’anni ed aleggia imperioso nella maturità, o si incrina nella disperazione dell’assenza di una persona amata, o arrugginisce al cigolio del freddo, o tratteggia il fiero coraggio della devozione.
Non mancano alcune tessiture filosofiche che, a dispetto della quieta, sorridente, affabile semplicità di una resistenza, riescono a conferire un rapporto privilegiato intellettuale e sentimentale con le schegge che rivelano i fotogrammi di questa raccolta.







