Una vittoria di Pirro per alcuni e una sonora sconfitta per molti altri. È questo l’esito che appare oggi più evidente della lunga e controversa vicenda del dimensionamento scolastico ad Ariano Irpino. La soluzione adottata dalla Giunta regionale, infatti, sembra premiare le scuole primarie, destinatarie di una deroga di breve durata, ma al tempo stesso colpisce duramente gli istituti superiori, lasciati soli in una dolorosa “guerra tra poveri” per la conquista della tanto agognata autonomia scolastica.
Una scelta che appare tanto miope quanto penalizzante. Una deroga concessa alle scuole superiori avrebbe infatti garantito una prospettiva di lungo periodo, con una durata decennale, offrendo nel frattempo la possibilità di intercettare una fase nazionale di sospensione dei dimensionamenti, che molti esperti considerano plausibile e duratura. Al contrario, intervenire sulle primarie significa colpire un segmento già destinato, nel giro di pochi anni, a subire gli effetti inevitabili del calo demografico.
Colpire le scuole superiori significa, inoltre, ferire due volte la comunità di Ariano Irpino, storicamente polo attrattivo per gli studenti dei comuni del circondario. Il rischio concreto è quello di un danno di immagine che potrebbe tradursi in una progressiva fuga di alunni verso istituti di altri territori, con una conseguente riduzione della popolazione scolastica e un indebolimento complessivo del sistema formativo locale.
Emblematica, in questo quadro, appare la decisione di procedere allo “spacchettamento” del “Ruggero II”, l’unica scuola superiore arianese numericamente in regola, grazie anche a un percorso virtuoso avviato a partire dal 2014, anno in cui l’istituto aveva già subito un precedente dimensionamento. Una scelta che colpisce proprio la realtà più solida e strutturata, già chiamata in passato a pagare un prezzo elevato in termini organizzativi.
Tirando le somme, il risultato è un vero e proprio “pasticciaccio brutto”, frutto di decisioni politiche assunte all’interno dello stesso schieramento, ma caratterizzate da una dialettica aspra e contraddittoria. Una vicenda che lascia sul campo più problemi che soluzioni e che, ancora una volta, mette in evidenza la fragilità di scelte calate dall’alto, lontane dalle reali esigenze dei territori. Tu chiamale, se vuoi, filiere.


