Riprende lo spazio che, attraverso Irpiniaoggi.it, stiamo dedicando ai tanti giovani dell’Irpinia che hanno scelto di andare a vivere all’estero.
Oggi conosciamo Silvio Di Rubbo di Avellino, laureato in Economia, vive e lavora a Ginevra da due anni e mezzo. Ma si è trasferito all’estero nel 2023.
Perché hai deciso di trasferirti all’estero?
Avevo il desiderio di scoprire cosa ci fosse oltre l’Italia, sia a livello personale che professionale. Volevo mettermi alla prova in un contesto nuovo, in un ambiente internazionale, per capire se mi sarei trovato bene e se quello stile di vita potesse rispecchiarmi. Non c’era una spinta specifica, ma una curiosità e il bisogno di capire quale fosse il posto migliore per me. Il mio background professionale in Italia si è limitato, principalmente, a tirocini universitari. Sono state esperienze formative, ma brevi e non paragonabili, in termini di responsabilità e impatto rispetto al lavoro che svolgo oggi. Nonostante questo, alcune di quelle esperienze, mi hanno permesso di comprendere meglio cosa cercavo davvero nel mondo del lavoro.
Quale è la tua posizione lavorativa attuale?
Attualmente lavoro presso un’azienda di abbigliamento, dove mi occupo di assortimento della collezione e di analisi vendite per la linea uomo in diversi mercati. Opero nel settore dei beni di consumo, abbigliamento, in particolare nella pianificazione e gestione del prodotto. Il mio lavoro consiste nel selezionare e strutturare le collezioni per i diversi mercati in base ai risultati delle vendite, alle specificità di quei mercati e agli obiettivi strategici, e nel monitorare le performance per ottimizzare le future scelte commerciali.
Come hai trovato lavoro all’estero?
Attraverso una candidatura online. Ho cominciato con un tirocinio, senza badare troppo alle caratteristiche specifiche del ruolo, anche perché non ero molto preparato sul mondo del lavoro appena dopo la laurea. La priorità era per me riuscire ad arrivare qui e ottenere un permesso di soggiorno.
Quali sfide hai dovuto affrontare?
Oggi una laurea magistrale a pieni voti in una Università riconosciuta a livello internazionale, non è garanzia di successo nel trovare anche banalmente un tirocinio, tanto in Italia quanto all’estero. La più grande difficoltà, le cui conseguenze mi trascino ancora oggi, e con me molti dei miei conoscenti in questa situazione, è riuscire ad assorbire la frustrazione di trovarsi in un mercato del lavoro molto disallineato, in cui le competenze e gli interessi personali finiscono. Conta molto di più avere fatto domanda al momento giusto nel posto giusto. Io ho trovato una posizione per un tirocinio, che poi si è trasformata in un contratto regolare dopo otto mesi e dopo quasi tre anni, dal primo giorno, sono ancora nella stessa azienda. Pur avendo cercato un’altra opportunità attivamente per quasi tutto il periodo
Ho ricevuto una sola offerta, ormai ben due anni fa. Oggi qualsiasi posizione, da tirocinante o da impiegato alle prime esperienze, presso la mia azienda riceve tra le 300 e le 400 domande di lavoro, e in nessun modo il comparto del reclutamento di personale è nelle condizioni di valutarle tutte: si considerano i primi 5/10 profili adeguati e si prosegue con quelli. È una realtà comune a tutte le aziende e a tutti i settori ed è un poco la conseguenza inaspettata della semplificazione dei processi di selezione portati dalle piattaforme online. Siamo dei numeri in un mercato molto ampio, e considerando le esperienze di chi mi circonda, mi sembra che il risultato sia che ,anche chi ha una formazione molto qualificata, tenda ad accontentarsi di qualcosa che non gli piaccia pur di lavorare. E questo crea molta frustrazione.
La lingua straniera è stato un problema?
Non lo è stato all’inizio. Lavoro per un’azienda internazionale e la lingua parlata in sede è l’inglese, con il quale non ho problemi, a parte qualche battuta da parte dei miei colleghi locali. Da quando ho capito che il mio desiderio era integrarmi in città ed eventualmente cambiare lavoro, mi sono reso conto che lo scoglio del francese fosse più difficile da superare di quanto credessi. Imparare una lingua mentre si lavora è complicato, e richiede molto più tempo che in una situazione diversa. Per ora lo parlo bene per la quotidianità, ma ho ancora da lavorare per essere considerato sul piano professionale.
Quali sono i vantaggi di lavorare all’estero?
Il primo e più banale è chiaramente l’aspetto economico. A parità di mansione e responsabilità, oltre che di monte orario, lo stipendio qui è sensibilmente maggiore di quello italiano. La mia stessa azienda ha una sede italiana, a Milano, e se lavorassi lì probabilmente non riuscirei con lo stipendio a pagarmi l’affitto e ad avere una stabilità economica. Qui vivo da solo, a dieci minuti a piedi dal centro città e posso anche permettermi di risparmiare qualcosa ogni mese. Un altro vantaggio è la possibilità di lavorare con persone con esperienze e culture diverse dalla mia, e credo che al netto di tutto, sia stato molto importante per me per crescere umanamente.
In Italia, come ho già detto, ho esperienze molto limitate. Quello che ho notato è che si dà molto più valore ai fatti e alle competenze e non, banalmente, all’età. Non esistono posizioni o autorità acquisite. Appena in azienda hanno capito che ero particolarmente bravo in una mansione, me l’hanno affidata e ne sono diventato responsabile, senza che questo scontentasse o creasse problemi con i miei colleghi più esperti e con qualche anno in più. Un’altra grande differenza è che non ci si aspetta da un dipendente che faccia di più di quanto la sua mansione preveda, anche banalmente su un piano di orari lavorativi. In Italia lavorare di più, fare tardi in ufficio, è considerato, a prescindere da come uno lavori e cosa produca, di per sé un valore. Qui conta se sei bravo oppure no. Infine, in Svizzera i contratti a tempo indeterminato prevedono la possibilità ,per entrambe le parti, di essere conclusi, con due mesi di preavviso. Di conseguenza è molto più facile ottenerli e questo rende il rapporto lavorativo più disteso e trasparente: finché ci conviene a entrambi, lavoriamo insieme.
Rimpiangi qualcosa? Sì, rimpiango due cose. La prima è di non aver dato più importanza allo studio delle lingue straniere: ho sempre pensato che l’inglese e le competenze tecniche fossero sufficienti per avere una carriera soddisfacente, ma col tempo, ho capito che conoscere le lingue è spesso decisivo. Tornassi indietro, accetterei qualche 18 in più in cambio di una preparazione linguistica più solida. Il secondo rimpianto, più sfumato, riguarda il non essere partito prima. Ho la sensazione che gli ultimi due anni universitari in Italia non siano stati fondamentali nella mia formazione, e forse avrei potuto viverli all’estero. Allo stesso tempo, sono stati anni in cui ho conosciuto persone importanti, quindi non li rinnego.
Come gestisci la distanza da famiglia ed amici: All’inizio era più facile: tornavo spesso a Milano, dove vivevo prima di trasferirmi, e la distanza sembrava temporanea, quasi una vacanza. Col tempo però Ginevra è diventata casa, e la necessità di tornare si è affievolita. I rapporti, inevitabilmente, cambiano: non sempre riescono a superare l’assenza fisica, ma quelli che restano diventano più essenziali e intensi. Il tempo insieme acquista un valore diverso.
Cosa hai sacrificato per lavorare all’estero: Non sento di aver sacrificato nulla in particolare. È stato un cambiamento naturale, senza strappi netti.
Sto imparando sia sul piano tecnico – gestendo progetti, analizzando dati, lavorando su scadenze molto ravvicinate – sia sul piano umano, collaborando con uffici in altri Paesi e con colleghi di lingue e culture diverse.
Quali sono le sue aspettative oggi?
Il mio obiettivo è vivere a Ginevra e trovare una maggiore soddisfazione professionale. Voglio integrarmi sempre di più, anche culturalmente e linguisticamente. La mia aspirazione, a lungo termine, è ottenere la cittadinanza svizzera. L’unico scenario realistico in cui mi vedrei tornare in Italia, al momento, sarebbe l’impossibilità concreta a restare dove sono. Altrimenti, preferirei rimanere.








