Giovani da ascoltare, non da attaccare: quando gli adulti falliscono il loro ruolo

 

Nella nostra città, un gruppo di ragazzi di 16 e 17 anni ha scelto di incontrarsi, parlare, studiare e discutere. Non stanno davanti ai bar a bere, non si organizzano per delinquere. Fanno qualcosa di molto più raro: pensano. Si confrontano, si pongono domande, cercano di capire il mondo e il ruolo che vogliono avere al suo interno, avvicinandosi anche a realtà politiche come quella legata a Roberto Vannacci.

Sono studenti brillanti, tutt’altro che banali. Alcuni di loro sono dei trascinatori, capaci di coinvolgere altri coetanei in un percorso di crescita e consapevolezza. Eppure, invece di essere sostenuti, vengono attaccati.

Non è la prima volta che durante i loro incontri intervengono adulti che, anziché confrontarsi, li aggrediscono verbalmente con parole violente e inaccettabili. Sui social si arriva persino a pubblicare le loro foto, esponendoli ad attacchi e alla derisione, accompagnate da messaggi offensivi. Questo non è dissenso: è accanimento. Ed è ancora più grave perché rivolto a minori.

Da donna cresciuta nella politica, sin da ragazzina, con un padre attivo in un tempo in cui la politica era confronto, rispetto delle idee e dialettica civile, oggi provo disgusto. Non per le opinioni dei ragazzi – che meritano ascolto – ma per il comportamento di certi adulti che hanno dimenticato cosa significa educare.

Tra quei ragazzi c’è anche mio figlio. Un giorno mi ha chiesto: “Mamma, che ne pensi?”. Sono per la libertà di pensiero e di espressione. L’ho ascoltato. E sentendolo parlare della storia dei partiti, delle loro scelte, delle ideologie e della necessità di rileggerle alla luce di una società che cambia, ho capito una cosa semplice e potente: questi ragazzi non sono superficiali, non sono vuoti, non sono strumenti. Hanno una profondità che, talvolta, manca persino a chi siede nelle istituzioni.

Studiano, riflettono, cercano di costruire un pensiero critico. E sentire un sedicenne affrontare questi temi con tale consapevolezza non può che farci porre una domanda: chi sono davvero gli adulti, oggi?

Perché un adulto che insulta un minore, che lo espone pubblicamente, che lo etichetta e lo ridicolizza, abdica al proprio ruolo. Non educa, non protegge, non guida: distrugge.

Gli attacchi di questo genere vanno fermati, senza ambiguità. Difendere questi ragazzi non significa condividere le loro idee, ma riconoscere il loro diritto a esistere nel dibattito pubblico senza essere aggrediti. Significa ristabilire un confine chiaro tra confronto e violenza, tra dissenso e sopraffazione.

Una comunità si misura da come tratta i suoi giovani. Il modo in cui si sceglie di rispondere al dissenso dei minori dice molto del livello di maturità civile di una società.

Il Presidente dell’Associazione Tonino Giordano
Filomena Giordano

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