Case e Ospedali di Comunità: non è un fallimento, ma poco ci manca

 

Non è un fallimento dichiarato. Ma poco ci manca.

Le Case di Comunità e gli Ospedali di Comunità, pilastri della riforma dell’assistenza territoriale prevista dal Decreto Ministeriale 77/2022, faticano a decollare. A dirlo è l’ultimo monitoraggio pubblicato da Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali), relativo al primo semestre 2025.

Secondo il dottor Giovanni Savignano, la fotografia è chiara:

«Non possiamo parlare di un pieno fallimento, ma siamo molto vicini a un flop operativo. Le strutture esistono sulla carta, i fondi sono stati stanziati – tra PNRR, risorse ex art. 20 e fondi regionali – ma la loro effettiva entrata in funzione procede troppo lentamente, soprattutto al Sud».

I dati parlano chiaro. Sono 660 le Case di Comunità con almeno un servizio attivo su 1.723 previste: appena il 38% del totale programmato. Ancora più significativo è il dato relativo alle strutture pienamente operative: solo 46 risultano attive con tutti i servizi obbligatori e con la presenza medica e infermieristica prevista dagli standard (h24 e 7 giorni su 7 per le Hub; 12 ore al giorno per 6 giorni a settimana per le Spoke). Meno del 3% del totale. Altre 172 Case di Comunità dispongono formalmente di tutti i servizi obbligatori, ma senza una presenza strutturata di medici e infermieri: circa il 10%.

«Una struttura sanitaria senza personale sanitario stabile – osserva Savignano – non può essere considerata realmente operativa. Rischiamo di creare contenitori vuoti invece di presidi di prossimità capaci di intercettare i bisogni reali dei cittadini».

Anche sul fronte degli Ospedali di Comunità il quadro è critico: 153 attivi su 592 previsti, circa il 25%. Queste strutture avrebbero dovuto rappresentare l’anello intermedio tra ospedale per acuti e assistenza domiciliare, risultando fondamentali per i pazienti cronici, fragili o in fase post-acuta.

«Senza una reale attivazione degli Ospedali di Comunità – sottolinea Savignano – continueremo a sovraccaricare i Pronto Soccorso e i reparti ospedalieri, con costi più elevati e minore appropriatezza assistenziale».

Diversa è la situazione delle Centrali Operative Territoriali (COT): 638 attive su 651 programmate, di cui 480 hanno raggiunto il target di rilevanza comunitaria rendicontato dal Ministero della Salute alla Commissione Europea. Sono le uniche strutture che superano i target previsti dal Dm 77/2022. Tuttavia, come evidenzia Savignano, «le COT non sono strutture assistenziali, ma centrali di coordinamento. Senza una rete territoriale realmente funzionante, anche il miglior coordinamento rischia di restare un esercizio amministrativo».

Il nodo centrale resta quello del personale. Medici di medicina generale, infermieri di famiglia e di comunità, specialisti ambulatoriali: le dotazioni organiche sono insufficienti, soprattutto nelle Regioni del Sud, dove i ritardi risultano più marcati.

«Possiamo inaugurare edifici e rispettare cronoprogrammi formali – conclude Savignano – ma senza professionisti non esiste assistenza. Il rischio è perdere un’occasione storica di riforma e lasciare incompiuta la promessa di una sanità più vicina ai cittadini».

Le Case e gli Ospedali di Comunità dovevano rappresentare il cuore della nuova medicina territoriale. Oggi, alla luce dei numeri, quel cuore batte ancora troppo piano.

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