Carlo Franciosi, l’archeologo che cercava la verità tra le pietre dell’Irpinia

 

Ha dedicato la vita alla ricerca, alla memoria e alla cultura del suo territorio. Carlo Franciosi, archeologo instancabile e studioso rigoroso, se n’è andato lasciando un vuoto profondo nel mondo culturale irpino. La sua opera, che si estende da Carife a Frigento, da Abellinum ad Aeclanum, resta testimonianza di un impegno appassionato per la tutela e la valorizzazione del patrimonio archeologico.

Antonetta Tartaglia lo ricorda con parole di struggente affetto: “Continuerai la ricerca nella biblioteca celeste… Dormi avvolto nella calda coperta dei tuoi libri”. Con lei, tanti amici e colleghi ne hanno celebrato la figura: Franco Festa lo definisce “un gigante della cultura irpina e meridionale”, mentre Dino Giovino rievoca i suoi racconti sulla basilica e le catacombe di Prata, che accesero in lui la passione per lo studio.

Anche l’amministrazione comunale di Atripalda ha voluto rendere omaggio al suo contributo, ricordando come Franciosi avesse espresso il desiderio di donare parte della sua biblioteca alla città. “Il più grande di tutti – ha detto il delegato alla Cultura Lello Barbarisi – la tomba a camera di via Tufara resta la sua più grande raccomandazione”.

Un ricordo affettuoso anche da parte di Armida Tino, sua compagna di studi, che sottolinea la sua sete di conoscenza e la passione per l’archeologia, coltivata fin dai tempi del liceo e portata avanti con rigore e dedizione accanto al maestro Johannowsky.

Carlo Franciosi lascia dietro di sé tracce indelebili: scavi, studi, testimonianze, ma soprattutto l’idea che la cultura sia il vero strumento di riscatto dei territori e che la conoscenza, come scrive Tartaglia, continui “nella biblioteca celeste”.

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