Quarantacinque anni. Una vita intera. Eppure, per l’Irpinia, il tempo sembra essersi fermato alle 19:34 di quel maledetto 23 novembre 1980. Il sisma che squarciò la nostra terra, che fece crollare case, certezze e intere comunità, continua ancora oggi a vivere tra le crepe mai rimarginate di un territorio che non si è mai davvero rialzato.
Ricordare non è solo un dovere morale: è un atto necessario per dare voce a chi non l’ha più. Per non dimenticare le case cadute, le famiglie spezzate, le strade inghiottite dalla polvere. Per non dimenticare le tante vittime, più di 2.900 persone che in pochi secondi videro finire la propria vita sotto le macerie. Per non dimenticare il silenzio e il buio, rotto solo dalle urla, dai pianti, dal rumore sordo dei crolli. Io stesso ricordo quella polvere che entrava negli occhi e nei polmoni, quel vuoto totale, quella gente che moriva ai nostri piedi, i genitori disperati che caricavano in braccio i propri figli feriti e li portavano a piedi verso il primo ospedale ancora raggiungibile. Scene che non si cancellano, perché sono tatuate nella memoria di chi le ha vissute.
Eppure, a 45 anni dal sisma, cosa è davvero cambiato? Ancora parole, ancora promesse. Si parla di grandi sistemi, di opere mastodontiche, di sanità, di sviluppo, di crescita. Si riempiono comizi, programmi elettorali, conferenze. Oggi, addirittura, si va alle urne. Ma con quale coraggio parliamo di futuro quando c’è ancora chi vive nei prefabbricati pesanti? Com’è possibile che, dopo quasi mezzo secolo, il simbolo dell’emergenza sia ancora la casa di qualcuno?
Questo è il grande, enorme punto interrogativo che pesa su Avellino e sull’Irpinia. Perché la ferita non è mai stata ricucita. Perché la nostra terra non si è mai realmente rialzata. Avellino, che una volta sognava di trasformarsi in città moderna, non ha mai superato del tutto quel trauma. La ricostruzione, lenta e spesso maldiretta, ha lasciato disuguaglianze, ritardi, promesse incompiute. E oggi ci troviamo ancora qui, a chiederci perché.
Ricordare il terremoto significa anche denunciare ciò che non è stato fatto. Significa guardare in faccia la realtà: intere famiglie ancora nei prefabbricati pesanti, quartieri che non hanno mai recuperato identità, giovani che continuano a partire perché non vedono futuro.
Ma ricordare significa soprattutto onorare chi non c’è più. Significa stringersi attorno alla nostra storia, invece che dimenticarla. Significa fare in modo che il sacrificio di migliaia di vittime non sia stato vano, ma diventi una lezione: quella di una terra che, pur ferita, esiste ancora, respira, lotta e pretende rispetto.
A quarantacinque anni dal sisma, l’unico modo per non dimenticare è continuare a chiedere giustizia. Giustizia per le vittime, per i sopravvissuti, per chi vive ancora nell’emergenza, per chi ha perso tutto e non lo ha più ritrovato.
Solo così, forse, potremo davvero cominciare a rialzarci.

