La banca alza un muro alle imprese: 25.000 euro, odissea nello strazio

Una persona conta alcune banconote in una banca, Pisa, 15 maggio 2012. ANSA / FRANCO SILVI

Stanley Kubrick vinse nel 1969 il premio Oscar per “gli effetti speciali” col suo “2001: odissea nello spazio”.

Oggi, a pari merito, lo vincerebbero banche e governo per “gli effetti speciali” col loro “25.000: odissea nello strazio”.

Come ogni film che si rispetti, esiste casting, un copione scritto, una colonna sonora, la trama, un finale, i titoli di coda.

IL CASTING

Governo, Banche, Professionisti, Lavoratori Autonomi, Piccole e Medie Imprese, commercialista.

IL COPIONE SCRITTO

Il riferimento è palese ed evidente al tanto declamato Decreto Legge 8 aprile 2020 n. 23 in Gazzetta Ufficiale, per gli amici “Decreto Liquidità” che il Ministro dell’Economia e delle Finanze Gualtieri definisce “un bazooka di liquidità”.

In sostanza, lo Stato garantisce le banche in ordine alle richieste di finanziamento da parte di:

– professionisti e lavoratori autonomi. La garanzia è del 100% del finanziamento richiesto parametrato entro il 25% del fatturato desumibile dall’ultima dichiarazione o bilancio presentati, e comunque non superiore all’importo massimo di 25.000 euro;

– piccole e medie imprese, fino a 499 dipendenti. La garanzia è:

– del 100% del finanziamento richiesto parametrato entro il 25% del fatturato desumibile dall’ultima dichiarazione o bilancio presentati, e comunque non superiore all’importo massimo di 25.000 euro;

3

– del 90% del finanziamento richiesto (che può diventare 100% cumulando la garanzia di un terzo soggetto tipo i Confidi, consorzi di garanzia collettiva dei fidi), parametrato entro il 25% di un fatturato massimo di 3.200.000 euro desumibile dall’ultima dichiarazione o bilancio presentati, per cui  non superiore all’importo massimo di 800.000 euro.

Il tutto a 5 ZER0

”ZERO burocrazia” (documentazione relativa solo all’ultimo bilancio o dichiarazione presentati, o una semplice autocertificazione per chi ha iniziato l’attività nel 2019),

“ZERO merito creditizio” (nessuna interrogazione di CRIF, CR Banca d’Italia, Bollettino Protesti),

“ZERO tempistiche” (Patuelli dell’ABI dichiarò che nelle 24 ore successive alla richiesta di finanziamento la banca avrebbe erogato sul conto del richeidente),

“ZERO interessi” (praticamente a tasso al di sotto di quanto previsto per un mutuo prima casa),

“ZERO incertezze” (tutto chiaro, limpido, regolare).

Fin qui il bazooka del Ministro sembra poter fare strage di liquidità, quasi sfilando i cordoni di quei  sacchi di contante che nell’immaginario collettivo assembrano, stipati uno sull’altro, i caveau delle banche italiane.

COLONNA SONORA

A questo punto al film si accompagna sempre una degna colonna sonora.

E la colonna sonora adatta è E mi pareva strano di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia che tra il 1980 ed il 1981 faceva da sigla finale al programma televisivo “Drim” in onda su Rai2. Il testo della canzone recita “e mi pareva strano, e gli pareva strano, e ci pareva strano, ma strano strano strano, che fosse tutto giusto, che fosse tutto a posto, che non ci fosse un guasto, o un qualcosa che non va”.

LA TRAMA

Semplifichiamo limitandoci ad un professionista, lavoratore autonomo, piccola e media impresa, escludendo le società.

Tutto comincia col beneficiario di questo Decreto Liquidità che come da copione ed in piena “trance finanziaria”, si adopera a telefonare in banca. Semplifichiamo il discorso

E qui inizia l’odissea.

Siccome c’è il coronavirus in giro, le banche hanno ridotto le possibilità di assembramento e contatto con la clientela a tal punto da non rispondere nemmeno al telefono, per paura che le goccioline di saliva del cliente possano viaggiare per telefono…

Dopo ore e giorni andati a vuoto, finalmente dalla filiale rispondono che “non possono dare delucidazioni in merito alle richieste di finanziamento dal momento che la pratica è valutata dalla sede centrale della banca”. Esortano il cliente a scaricare dal sito della banca l’Allegato 4 bis (il modulo per richiedere la garanzia dello stato) in cui indicare:

– la causa scatenante la richiesta di finanziamento;

– l’utilizzo che se ne farà del finanziamento;

– il fatturato di riferimento in termini di anno d’imposta ed importo;

– l’importo richiesto;

– l’IBAN riferito rigorosamente ad un conto “aziendale” e non personale anche le ditte individuali (professionisti, lavoratori autonomi, piccole e medie imprese)

da timbrare, firmare, scannerizzare ed inviare all’indirizzo PEC indicato sul sito con allegato:

– documento di identità del richiedente,

– per i professionisti, certificato di iscrizione all’albo di riferimento; per le piccole e medie imprese ed i lavoratori autonomi iscritti in CCIAA, visura camerale aggiornata; per i lavoratori autonomi non iscritti in CCIAA, la ricevuta di inizio attività ai fini IVA;

– l’ultima dichiarazione dei redditi presentata (se attività iniziata nel 2019 serve un’autocertificazione circa il fatturato prodotto).

Su quest’ultimo punto, odissea nell’odissea.

La prima cosa da tenere presente è che per la dichiarazione dei redditi per il 2019 (presentabile a novembre 2020!) queste lavorano su programmi rilasciati da case di software che progressivamente ne rilasciano gli aggiornamenti lasciando per ultimi quelli relativi alla stampa (anche in pdf) del modello di dichiarazione. Per cui, l’ultima dichiarazione presentata è quella relativa al 2018.

Ma la banca vuole quella del 2019. Addirittura in alcuni casi, qualche Direttore di Filiale ha dichiarato “ma come non ha ancora disponibile la dichiarazione dei redditi 2019? non è possibile…!”.

E qui il “nostro” con fare dittaroriale, telefona al commercialista il quale, con santa pazienza e col supporto di vari link inviati al cliente su whatsapp, gliene fa una ragione che la dichiarazione 2019 non possa essere prodotta in alcun modo.

Il “nostro” ricontatta la banca (dopo innumerevoli tentativi) con l’ausilio in call-conference del commercialista il quale, credendo di averne fatta fare una ragione pure al Direttore, si sente chiedere da quest’ultimo “allora Dottore mi stampi una situazione patrimoniale ed economica 2019 con la sua sottoscrizione che quanto vi è indicato corrisponde alla realtà aziendale”. Il commercialista spiga che la richiesta del Direttore equivale ad apporre un “visto di conformità” che  da tariffa professionale  comporterebbe un sostanziale aggravio di spesa per il cliente, in anticipo rispetto alla erogazione del finanziamento peraltro, questo, pure “eventuale”.

Il commercialista allora suggerisce di allegare la Dichiarazione IVA 2020 periodo imposta 2019 inviata ad aprile dalla quale si evince il volume di affari “ufficiale” ed “ufficializzato”.

Risposta del Direttore, con tono tra il saccente e lo stizzito “il decreto recita RICAVI, non parla di volume d’affari, per cui non va bene!!!”.

Alla fine si conclude per allegare il modello Unico19 redditi 2018 e basta!!!!

Finito?  Manco a dirlo…

Il Direttore fa notare che il cliente ha uno scoperto (autorizzato) in banca di qualche migliaio di euro, per cui intima al cliente di “…reintegrare l’affidamento prima di presentare la richiesta altrimenti gli viene scartata a priori”.

Commercialista e cliente fanno valere le loro ragioni invocando l’ABI che aveva chiarito come scoperti di conto corrente o finanziamenti in essere, NON DEBBANO ESSERE preclusivi del finanziamento, e tanto meno compensati dallo stesso finanziamento ottenuto.

Il Direttore, non contento, comincia tutta una prosopopea “che la banca si fa da garante nei confronti dello Stato, il quale Stato deve avere la tranquillità di garantire per il cliente della banca” per cui “la banca deve assumersi una enorme responsabilità circa la solvibilità del cliente e la banca ne risponderebbe in termini di credibilità e verrebbe penalizzata da un marchio di inaffidabilità a vita, se il cliente dovesse rivelarsi insolvente successivamente all’erogazione del finanziamento. Per cui richiede la sottoscrizione di una fideiussione a garanzia del credito.

Alla ferma riluttanza di commercialista e cliente, il direttore propone di bypassare il finanziamento con questa proposta: “caro cliente a fronte dei 25.000 euro richiesti, lei da a noi banca 75.000 euro di cui 25.000 euro le vengono restituiti sotto forma di finanziamento (con interessi a debito certi e sicuri, ndr) e 50.000 euro le vengono investiti nell’azionario e obbligazionario generatori di rendimenti (con provvigioni a favore della banca, utili incerti e col rischio per l’azionario anche di perdere il capitale investito)”.

Quindi, il cliente vorrebbe dalla banca 25.000 euro e la banca ne chiede 75.000 al cliente al quale ne darà 25.000 in prestito (con interessi a debito certi).

Scoraggiati, cliente e commercialista sono costretti ad abdicare.

IL FINALE

Il finale vede andare in fumo speranze, idee, progetti e come il finale di Via col vento il “nostro” dopo “il francamente me ne infischio” dedotto dal sistema Stato/Banche, si lascia andare al desolante ed a tratti anche tragicamente non auspicato “tanto domani è un altro giorno”.

I TITOLI DI CODA

Ma l’ultima frase dei titoli di coda contrasta con la visionarietà di Stanley Kubrick in un laconico deprimente sconcertante  “tratto da una storia vera”.

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