Il premier Conte ad Avellino: il dietro le quinte di una visita tra selfie e sbadigli

Folla fragorosa, gran clamore, ressa di giacche scure, cravatte intonate.

Con le cravatte non si fa la rivoluzione, forse con le giacche se le getti in aria.

Sta per giungere Conte. Il premier, mica l’allenatore dell’Inter.

Tutti in piedi, la speaker invita alla calma e ordina “tutti seduti”.

L’avvocato d’Italia, il politico nuovo del popolo nuovo, prenderà posto a breve.

È un posto d’onore

Non si respira emozione, a tratti ansia, è la paura di passare inosservati.

Gli scolaretti in ultima fila, senza un ieri da ricordare, fermano il pensiero del momento. Stanno conoscendo il potere, quello di oggi. Ne sono elettrizzati, eletti tra i molti, ne sono annoiati, non sanno che farne.

La speaker richiama ancora all’ordine. Che i cellulari restino spenti, o in modalità silenziosa. Sono tutti accesi a fissare l’obiettivo della telecamera sul palco.

È il solito difetto italiano, se si offre un’alternativa si costruisce sopra il baluardo minimo della propria libertà.

Il premier si fa attendere

Il ritardo supera l’ora. La pressione tende l’arco del teatro. Il palco appare più lontano, lontano e vuoto.

Il monsignore in prima fila, con l’abito bianco, sventola la papalina per il calore. Troppa luce, troppa gente, troppe aspettative. È una corte che si aggira per la cavea del teatro, in attesa del miracolo.

Ma le file pulsano da gironi dell’inferno. In fondo, i ragazzi iniziano una hola.

Sono loro gli Anacim, spiriti ardenti senza regole. Li stiamo riempendo di false parabole.

Ora la folle è stanca e impaziente. Sarà mansueta alla vista del domatore.

Conte arriva.

Parte la banda. Intona l’inno di Mameli.

L’entusiasmo del Sindaco

Ci sono centinaia di sindaci ma “il sindaco” è solo lui, quello di Avellino.

Parla Gianluca Festa, chi meglio di lui potrebbe farlo in una maniera così coinvolgente?

È dinoccolato, gesticola. Ad agio nel suo ruolo, come nel vestito sartoriale. Di più non può, ma di questi tempi è abbastanza.

Il foglio scritto di Biancardi

Parla il presidente della provincia. Sale sul palco con un corposo discorso scritto con caratteri grandi, per non infilare gli occhialo.Snocciola numeri e cifre, come se fosse al banco dell’Amministrazione Provinciale, nessuno lo ascolta, la gente sbadiglia,c’è chi manda messaggini, chi si scambia opinioni, Mimmo Biancardi capisce che bisogna tagliare e chiude urlando: “Viva l’Irpinia”.

Parlano in tanti.

Sono gli apripista di Giuseppe Conte. Invocano da lui tutti qualcosa. C’è pure Ciarcia, il presidente dell’Alto Calore che, mentre filma tutto con il telefonino, spera che l’avvocato non faccia un decreto ingiuntivo all’Ente, come tanti altri colleghi irpini.

Tanto fischiare di orecchie per il premier: al massimo, gli precluderà il sonnellino pomeridiano.

Ecco il Conte biancoscudato

Quando prende la parola, Conte spazia da Wikipedia a Camaldoli, da De Gasperi a Pio XII.

Aggira abilmente la trappola di una reviviscenza bianco scudata. Non è il momento. Ascoltano troppe orecchie pentastellate.

Ma il richiamo ai patriarchi democratici- ristiani ne eccita la voce. È un leader, nel senso moderno. Non capeggia, si erge a celebratore della normalità. In prima fila c’è Ciriaco De Mita che ascolta scuotendo il capo.

Discorso per pochi eletti

Poi Conte va sul difficile, si rivolge a una platea ristretta e distratta, quella definita “di nicchia”. Eleva l’individualismo. L’uomo è sacro e lo stato ne è servo.

Porta i concetti spinosi come verità assolute. Ma la massa degli astanti è inerme. Troppo vecchia, troppo giovane, troppo ignorante, troppo assuefatta. Richiama Aldo Moro. La voce timbra l’area stentorea.

E poi la socialità progressiva e l’impoverimento attuale di valori. Quanti riescono a comprendere quei concetti?

I più ignoranti annuiscono fingendo di avere capito tutti, altri si fingono distratti. Molti si domandano: Ma non dovevano parlare di Fiorentino Sullo? L’unico a farlo è stato Gerardo Bianco.

La sonnolenza del teatro

Una noia mortale, c’è gente che abbassa lo sguardo e comincia ad appisolarsi mentre il politico prende il posto del professore. L’uomo del destino scopre le sue carte. Ma è un accenno.

Conte vuole sondare la folla. Il polso è moscio. Sonno e fame aleggiano nel proscenio, i presenti guardano l’orologio sono quasi le due, a quest’ora si mangia.

Il professore si reimpossessa dello scranno.

Fanfani, La Pira, ancora De Gasperi, fantasmi di cui si ha impervia memoria.

La gente pian piano sfolla, alla spicciolata. Senza farsi notare, la fame è fame.

Rimbomba solo l’incessante cigolio della porta d’ingresso.

In attesa del selfie

Restano solo quelli che vanno alla ricerca del selfie. Possono pretenderlo, dopo avere finto di essere interessati al discorso e Giuseppe Conte non si tira indietro.

Ognuno vuole il suo selfie, la foto da autore, la mano tesa da stringere. Del resto se ne fotte.

Conte se ne accorge e accelera la conclusione. Le parole escono rapide, quasi incomprensibili, cerca di compensare con il gesticolare delle mani.

Conclude rovesciando il bicchiere.

Siano i democratici cristiani a collaborare laicamente con le istituzioni; non un nuovo partito ma un impegno verso i problemi comuni. Evidentemente sta bene dove sta, finché regge.

E via a tutto selfie, come Salvini: è l’unica cosa che li accomuna, la capacità di scattare foto con iltelefonino. Pure quella è un’arte, come quella per la politica.

 

 

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