Avellino, l’addio al questore-scrittore che catturava i camorristi

E’ scomparso l’ex questore Mario Di Vito, per anni capo della squadra mobile ad Avellino negli uffici ubicati sotto la vecchia sede di Corso Europa. I delinquenti li interrogava nel sottostante ufficio di Via Zigarelli, senza sconti per nessuno. Fisico imponente, apparentemente burberro, era dotato di un acume investigativo attraverso cui riusciva ad arrivare a risultati brillanti.

Una vita spesa al servizio dello Stato, quale funzionario della Pubblica Sicurezza.

Una carriera alle dipendenze del Ministero dell’Interno, con una tappa importante ad Avellino. Determinato investigatore, capace di arrivare prima di altri a soluzioni concrete, riuscì ad arrestare pericolosi camorristi. Promosso Dirigente Superiore  Mario Di Vito fu nominato questore di Isernia e nel 2000 trasferito a Napoli quale Ispettore Generale all’Ufficio Ispettivo per le Regioni Campania Calabria e Molise.

Nella seconda vita, dopoil pensionamento invece, si scoprì brillante scrittore raccontando le sue esperienze di vita in romanzi attraverso cui ricordava le tante persone incontrate, offrendo di ciascuna uno spaccato reale.

Come quella storia relativa all’incontro di Papa che riportiamo integralmente, per raccontare Mario Di Vito, scrittore dopo essere stato questore.

“Il giorno dopo il terribile sisma del 1980 – che colpì gravissimamente soprattutto l’Irpinia – il nostro Papa, accompagnato da un’alta Autorità del Governo italiano, il cui nome non s’indica per amore del perdono, accorse ad Avellino per partecipare il suo dolore a quello infinito della gente irpina. Nella circostanza, fu accolto al Campo Sportivo dal Vescovo della Diocesi di Avellino, Monsignor Pasquale Venezia, dal sottoscritto, all’epoca giovane ufficiale della Polizia di Stato, e da appena due collaboratori dell’Ufficio, l’appuntato Mario Tranfa ed il brigadiere Mario Mingarelli. Si decise, al momento, di andare subito all’Ospedale Civile per “visitare” i feriti ed i moribondi.

Sono passati oramai più di trent’anni da quel giorno funesto, per cui il ricordo può forse subire oggi qualche leggera flessione, ma un particolare contenuto è certo: arrivati in Ospedale, ci accorgemmo che lo stesso era completamente disabitato; i ricoverati erano letteralmente tutti scappati via per il continuo susseguirsi delle cosiddette scosse telluriche di assestamento, per cui apparve a noi, appena giunti, nella sua realtà, vuoto ed abbandonato. Allora, si decise ancora, questa volta per espressa volontà del Pontefice, di andare per la “via principale”. Si formò, di conseguenza, un piccolo corteo, composto al centro dal Papa Giovanni Paolo II ed ai suoi lati da Monsignor Venezia e dall’alta Autorità non nominata, Ministro in carica degli Affari Esteri e dietro di loro da me e dai suoi due collaboratori.

A questo punto, l’ineffabile personaggio, con palese ed insolente arroganza, chiese perché non erano presenti le massime Autorità cittadine e provinciali. Lo scrivente gli rispose che dette Autorità si erano recate poco prima a S. Angelo dei Lombardi per l’arrivo quasi contemporaneo del Capo dello Stato, Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Dopo queste concitate dichiarazioni, la stessa Autorità ci apostrofò con parole offensive, ordinando a ciascuno di noi di declinare le proprie generalità, perché ci avrebbe fatto severamente punire dai Dirigenti del Ministero dell’Interno, ovviamente con accuse insussistenti, ingiuste ed assurde.

Il timore di possibili rappresaglie ci turbò, però, non poco, sennonché il nostro amato Santo Pontefice, voltandosi immediatamente verso lo scrivente e verso i cari collaboratori, si rivolse amorevolmente e disse, a voce sostenuta e con fermezza, testualmente: “Dottore, Dottore non si preoccupi, ci sono qui io, a difendervi….”, mostrandoci il suo viso radioso ed illuminato.

Il suo ricordo è rimasto perenne in noi, nei nostri cuori e nei nostri pensieri e per lo scrivente, in particolare, il suo diretto, splendido e rassicurante sorriso, testimonianza sincera ed affettuosa dell’amore per i più deboli e per tutti coloro, che soffrono in silenzio, nelle angustie della vita, spesso tanto perigliosa.

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