Migranti, Valente: garantire condizioni di vita dignitose

“Saranno 790 il numero complessivo di migranti nella provincia di Avellino, fra quelli già presenti sul territorio, ed eventuali altri da accogliere. Questo è quanto previsto nel quarto Bando di selezione per l’affidamento del servizio di accoglienza ed assistenza di cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale, indetto dalla Prefettura di Avellino ed in corso di espletamento. Mercogliano, Venticano, Monteforte Irp, Forino, Flumeri, Ospedaletto D’Alpinolo, Pratola Serra, Serino, Mon…

“Saranno 790 il numero complessivo di migranti nella provincia di Avellino, fra quelli già presenti sul territorio, ed eventuali altri da accogliere. Questo è quanto previsto nel quarto Bando di selezione per l’affidamento del servizio di accoglienza ed assistenza di cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale, indetto dalla Prefettura di Avellino ed in corso di espletamento. Mercogliano, Venticano, Monteforte Irp, Forino, Flumeri, Ospedaletto D’Alpinolo, Pratola Serra, Serino, Montefredane, Manocalzati, Pietrastornina, Contrada, Chianche, Atripalda sono i paesi ospitanti in ordine decrescente di migranti.
Altri circa 140 migranti, che già godono dello status di rifugiati, sono dislocati nei comuni di Bisaccia, Sant’Angelo dei Lombardi, Sant’Andrea di Conza e Conza della Campania, che però fanno parte di un programma di accoglienza integrata è molto più strutturato, i progetti SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) che utilizzano risorse finanziarie del Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo (FNPSA).
Con l’espletamento del Bando, la prefettura di Avellino, aggiudicherà mediante convenzione, riconfermando o meno anche precedenti operatori economici di varia natura giuridica, l’affidamento e la gestione completa dei migranti assegnati alla provincia di Avellino. Nei centri di accoglienza straordinaria dislocati nei comuni detti innanzi, l’affidamento consisterebbe nell’assicurare il servizio di accoglienza di cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale.
“Per accoglienza, si legge nel Bando della UTG di Avellino, si deve intendere non solo la messa in atto di interventi di sussidio materiale di base (vitto e alloggio), ma anche di servizi svolti a supporto di percorsi di inclusione sociale e funzionali alla conquista dell’autonomia individuale degli assistiti.
L’accoglienza integrata è costituita da una serie di servizi minimi garantiti di seguito indicati e che l’aggiudicatario è tenuto a fornire: – mediazione linguistico-culturale; – accoglienza materiale; – orientamento e accesso ai servizi del territorio; – formazione e riqualificazione professionale; – orientamento e accompagnamento all’inserimento lavorativo;- orientamento e accompagnamento all’inserimento abitativo; – orientamento e accompagnamento all’inserimento sociale; – tutela legale; – tutela psico-socio-sanitaria; – aggiornamento e gestione della Banca Dati”.
Il servizio in questione comprende a favore dei migranti anche il pagamento delle spese inerenti il rilascio, rinnovo o la variazione dei permessi di soggiorno degli ospiti del centro ivi incluse le spese per le foto, la fornitura di biglietti di viaggio urbani ed extraurbani per l’effettuazione di visite sanitarie, per l’audizione dinanzi alla commissione territoriale asilo. Sono previste anche la fornitura di titoli di viaggio per poter frequentare corsi scolastici o di formazione professionale in luoghi diversi dalla residenza – centro di accoglienza. Inoltre per esigenze acclarate da prescrizione medica è prevista l’erogazione per uso personale di farmaci di fascia C.
Fino a qui tutto bene, tutto sembrerebbe funzionare per il meglio e i circa 35 euro spesi pro capite per migrante, dovrebbero rappresentare una situazione di una invidiabile civiltà dell’accoglienza.
Ma non è così, anzi si evidenziano gravissime lacune nella gestione dell’accoglienza non degne di un paese civile e che non trovano la giustificazione delle somme spese.
Le ragioni sono tante. La prima e la più grave, dalla quale discendono le altre inadempienze, è stata la scelta dell’Italia di gestire l’accoglienza dei migranti secondo le logiche dell’emergenza, dei piani straordinari, delle soluzioni tampone e degli interventi provvisori.
La scelta della gestione emergenziale se aveva un senso nella fase iniziale non trova adesso alcuna giustificazione. Il Ministero dell’Interno, titolare istituzionale e gestore della questione rifugiati, aveva il dovere di predisporre un piano organico dell’accoglienza. Purtroppo si è ancora fermi colpevolmente a quella fase, quando per far fronte “ai massicci sbarchi di cittadini stranieri che nell’anno 2013 si sono più che triplicati rispetti al precedente anno” si avvertì “la necessità di reperire ulteriori strutture di accoglienza nelle more dell’approvazione per l’attivazione dei nuovi posti SPRAR per il triennio 2014/2016”. E’ la circolare Mininterno numero 104 dell’8 gennaio 2014 ad indicare la strada della improvvisazione, prontamente riconfermate con maggiore chiarezza nella Circolare numero 2204 del 19 marzo 2014. Con quest’ultima circolare, se qualcuno ancora aveva dubbi è lo stesso Viminale a fugarli. Gli ordini impartiti chiedevano ai Prefetti di “attuare un ulteriore piano straordinario di distribuzione nazionale”, cioè individuare nuove strutture di accoglienza “straordinaria” (cioè fuori dai circuiti ufficiali).
Una scelta che si traduce nella mera ricerca di sistemazioni provvisorie per chi arriva, trasformando di fatto l’accoglienza dei richiedenti asilo in un enorme business, amplificato di recente anche da norme di subappalto come se si trattasse di un rifacimento di una strada e non di esseri umani. La base giuridica sulla quale il Mininterno ha predisposto i bandi e le convenzioni è il Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture (D. Lgs. 12 aprile 2006, n. 163). Una scelta evidente che non tiene conto affatto della qualità dei servizi erogati, non garantisce il rispetto dei diritti dei migranti e continua ad alimentare un sistema d’asilo carente e fragile.
A valle di queste disposizioni ministeriali ne discendono situazioni gestionali quantomeno preoccupanti. Al di là di singole esperienze virtuose, viene denunciato da più parti che di fatto si disattendono i patti convenzionali fra il Ministero e gli affidatari del servizio di prima accoglienza. Le cronache giornalistiche ne sono ormai zeppe.
Non solo sono inidonei i servizi minimi garantiti dalle convenzioni in atto, servizi di gestione amministrativa, di assistenza generica alla persona, assistenza sanitaria, di igiene e pulizia ambientale, fornitura dei pasti, fornitura di beni per igiene personale, senza parlare dei servizi aggiuntivi mediazione linguistica, informazione e formazione, sostegno socio-psicologico, ma addirittura molte delle strutture sono del tutto inadatte all’accoglienza.
Si segnalano diversi casi di centri fatiscenti, carenti di condizioni igieniche e di sicurezza minimamente adeguate sia per gli ospiti che per i lavoratori che vi operano.
Certo le Prefetture hanno la facoltà di disporre in qualsiasi momento verifiche dirette ad accertare l’esatto adempimento delle prestazioni; ma di fatto, non si hanno notizie di come e quando abbiano attivato un sistema di controllo sistematico, anche perché non sono state previste le risorse per assicurarlo. Dunque anche il controllo su queste strutture informali è lasciato alla discrezione di ciascuna Prefettura e spesso avviene (se avviene) solo sulla base di segnalazioni.
In definitiva i centri di assistenza straordinaria (C.A.S.) sono l’esempio di come è gestito il fenomeno immigrazione nel nostro paese, un pessimo servizio: lo straordinario che diventa ordinario; l’emergenza che diventa strutturale e la continua deroga alle normative, che finisce per penalizzare il migrante e trasformarlo in soggetto passivo di decisioni che non riesce a capire.
Appunto i migranti!
“L’inazione, l’incertezza del futuro, la mancanza di spiegazioni sono elementi strutturali di buona parte del sistema d’accoglienza, tanto per i minori che per gli adulti. Questa sospensione temporale crea problemi inattesi ai migranti. Riattiva in loro i traumi delle violenze subite durante il viaggio. Arrivati in Italia, vivono infatti un nuovo disagio, che non avevano previsto: li portano in centri di primo soccorso dove dovrebbero stare massimo tre giorni e dove finiscono per passare anche sei mesi. In questo modo, si trasmette loro l’impressione di un paese che non li vuole e che non è pronto ad accoglierli”, spiega Lilian Pizzi, psicologa di Terres des hommes.
Purtroppo i mesi spesso diventano un anno e ancor di più. Le Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale, seppur raddoppiate dalla legge n. 146, del 22 ottobre 2014 spesso, in alcuni casi, impiegano circa un anno per valutare le richieste d’asilo, e non sempre le decisioni assunte sono lo specchio fedele della condizione del rifugiato, in quanto frequentemente i migranti non riescono ad avere l’interlocuzione giusta con la commissione per mancanza o insufficienza conoscenza della procedura e dei loro diritti.
Cosi non va bene.
L’accoglienza dei profughi è un compito irrinunciabile di questo Paese, e pertanto siamo convinti che si possa e si debba promuovere un sistema stabile ed ordinario di accoglienza, che garantisca condizioni di vita dignitose, servizi di qualità e che sia soprattutto finalizzato a rimettere al centro l’essere umano proveniente da altri continenti che giunge in Italia come primo approdo su un nuovo continente per dare “il senso dell’umano” alla propria esistenza”. E’ quanto afferma Modestino Valente del direttivo provinciale di Sel.

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